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venerdì 11 gennaio 2013

Il manifesto di Sisto IV

Melozzo da Forlì, Sisto IV nomina il Platina prefetto della biblioteca Vaticana
L'opera a cui si riferisce il titolo è un dipinto forse ai più sconosciuto, ma di un'importanza straordinaria per la scena emblematica che rappresenta. 
Mi riferisco all'affresco staccato, conservato alla Pinacoteca Vaticana ed opera di Melozzo da Forlì: Sisto IV nomina il Platina prefetto della biblioteca Vaticana.

Qui si vede un Papa, ma non un Papa qualunque, Sisto IV della Rovere, colui che edificò e diede il nome alla Cappella Sistina e volle che i più grandi pittori del suo tempo (siamo nel 1481-82) cioè Botticelli, Perugino, Ghirlandaio, Luca Signorelli, ne affrescassero le pareti.
Qui il Papa sta insignendo un uomo che è inchinato in segno di omaggio di fronte a lui: si tratta di Bartolomeo Sacchi detto Platina a cui il Papa sta affidando la gestione della biblioteca apostolica.

Biblioteca trilingue, con libri in ebraico greco e latino che Sisto IV aprì a chiunque avesse il titolo per consultarla e resa da ciò la prima pubblica dell'Europa di allora. Platina non era certo il primo arrivato, ma al contrario era un grande tecnico, un grande bibliotecario, umanista, filologo e studioso dei testi latini.
Quest'opera perciò ci fa capire quell'alleanza tra la chiesa e la cultura che ha prodotto la straordinaria stagione del Rinascimento e che ha origine da questo accordo che il Papa ha voluto stringere con la cultura stessa.

Particolare raffigurante Giuliano della Rovere
Particolare raffigurante il Platina
C'è anche un passaggio ideale di consegne: il giovane bell'uomo che sta di fronte a Sisto IV è il cardinale Giuliano della Rovere che trent'anni dopo la scena qui rappresentata, diventerà Papa con il titolo di Giulio II della Rovere e chiamerà niente meno che Michelangelo ad affrescare la volta della Cappella Sistina e Raffaello a dipingere le pareti delle sue stanze private.

La scena è esemplificativa della cultura umanistica della capitale dello Stato pontificio, con la sfarzosa architettura rinascimentale che corrisponde solo idealmente a quella dei palazzi Vaticani, facendone semmai da modello ideale per sfarzo e rigore classico.

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L'affresco testimonia anche l'uso scaltro dello scorcio prospettico di Melozzo, che in seguito venne ulteriormente sviluppato in senso virtuoso, arrivando alle prime rappresentazioni "da sott'in su", fondamentali per la cultura figurativa che passa da Correggio e arriva all'arte barocca.

Le figure sono monumentali e si integrano illusionisticamente con lo sfondo. La luce chiara che intride i colori e schiarisce le ombre, assieme ai volumi solenni, derivano dai modelli di Piero della Francesca, addolciti però da una maggiore naturalezza, soprattutto nei ritratti, che fu tipica del pittore forlivese.
Questo affresco è un manifesto programmatico che sottolinea il patto di comune intesa tra la chiesa di Roma, le arti e la cultura in generale.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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