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sabato 9 febbraio 2013

Archistar: sogno o delirio?

Daniel Libeskind, Museo Ebraico, Berlino
Il neologismo archistar sta a indicare, in epoca contemporanea, un architetto molto famoso, che è al centro dell’attenzione pubblica come le celebrità dello show business, per i propri progetti distinti da un'alta dose di spettacolarità. Il loro nome diventa spesso un vero e proprio brand.
Il termine è stato introdotto nel Grande Dizionario Italiano dell’uso di Tullio De Mauro e nella pubblicazione Neologismi. Il Vocabolario Treccani di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle ed è ormai di uso comune soprattutto nei mass-media.


Spesso si dà al termine un'accezione negativa, a sottolineare la tendenza di certi architetti contemporanei a lavorare più sull'immagine che sul concetto architettonico, ma con questo post non voglio dare giudizi, semplicemente esporre un fenomeno che ad oggi influisce nell'evoluzione della storia dell'architettura.

Tra gli architetti abitualmente indicati come archistar vi sono, tra gli altri, Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Frank Gehry, Jean Nouvel, Renzo Piano, Santiago Calatrava, Steven Holl, Herzog & De Meuron, Daniel Libeskind, e molti altri che adesso non sto a citare.
Con le archistar, l'architettura è diventato un argomento di massa, gli architetti diventano personaggi di successo, vestono di nero. Le architette, invece, vestono abiti di stilisti d'avanguardia, si presentano al mondo dei media con tutto quel fascino e glamour che siamo soliti attribuire alle star della musica pop o rock.

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Generalmente le archistar non costruiscono normali abitazioni, ma si dedicano a grandi opere, del tipo: centri culturali, musei, centri di intrattenimento, sale da concerto, auditorium, stadi e strutture sportive. Le amministrazioni arrivano a spendere delle fortune e ad impiegare anche anni alla realizzazione di queste opere. Certe nazioni, in via di sviluppo o con forme di governo discutibili, ormai adottano l'archistar per apparire alla pari degli "altri", intrecciando nuovamente politica e architettura (basti pensare alla Cina ed alle grandiose opere per le Olimpiadi del 2008).

Frank Gehry, Guggenheim, Bilbao
Questo tipo di architetture hanno segnato il ritorno forse delle strutture utopiche sel passato, nell'immaginare strutture difficili da realizzare, da un punto di vista tecnico ed ingegneristico.
Padre di questa architettura visionaria e monumetale, forse è stato Anton Gaudì a Barcellona, le cui opere erano talmente visionarie da incontrate una certa ostilità da parte del pubblico e sopratutto della critica (un esempio su tutte, La Sagrada Familia). Strutture che nonostante tutto poi suscitano interesse e flusso di turismo, anche in posti dove prima non c'era praticamente nulla (vedi Bilbao prima e dopo l'apertura del Guggenheim), diventando quindi fonte di ricaduta economica e sociale. Altre volte rischiano di diventare delle cattedrali nel deserto, simboli di spreco e di follia consumistica-capitalista (vedi Burj Khalifa a Dubai, il grattacielo più alto del mondo).

Santiago Calatrava, Città delle Arti e delle Scienze, Valencia
Insomma forse basta ammettere che non è sufficiente avere un'archistar ed una grossa cifra da spendere, per creare un opera d'arte architettonica, ma serve avere un progetto ponderato che si inserisca in un contesto ben preciso, altrimenti si rischia di creare un archi-mostro. E forse un po' più di architettura sociale, rivolta ad abitazioni collettive, a basso impatto ambientale, non farebbe male.
Probabilmente le popolazioni future di noi diranno che siamo stati una civiltà globale e che non avevamo bisogno di niente, se non del superfluo.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui


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