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giovedì 7 marzo 2013

Il Perugino pittore senza errore

Perugino, consegna delle chiavi
Pietro di Cristoforo Vannucci, detto “il Perugino”, nacque nel 1450 circa, figlio di Cristoforo di Pietro Vannucci e Lucia di Jacopo Nunzio, apparteneva a una delle famiglie più importanti e ricche di Città della Pieve, cittadina situata al confine tra Perugia e Siena.
In Toscana, probabilmente tra Arezzo e Firenze, avvenne la formazione del pittore la cui vicenda critica cominciò Cronaca Rimata di Giovanni Santi, padre di Raffaello. Accostando l’artista a Leonardo, Giovanni ne svelò il rapporto con la bottega di Andrea del Verrocchio confermando insieme ad altre fonti la tesi di una sua formazione fiorentina.

È a Firenze, città nella quale Perugino si trasferì all'inizio dell’ottavo decennio, che il pittore perfezionò il mestiere nella bottega del Verrocchio accanto a Leonardo, a Lorenzo di Credi, al Botticelli e al Ghirlandaio.
Ed è su tali tracce che la critica si è più recentemente mossa nel tentativo di ricostruire la prima attività dell’artistica, anche se di questo periodo di formazione ci sono giunte pochissime opere certe e spesso frammentarie.

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Una cosa è certa, fin dai primi tempi della sua attività Perugino sembra avere ricercato commissioni in patria e nei centri vicini. La sua presenza è infatti documentata a Perugia nel 1475. Il 21 luglio venne emesso a suo favore un mandato di pagamento relativo alla "sala magna superiore" del Palazzo dei Priori. Ampiamente dibattuta e non ancora definita è la questione relativa alla serie delle tavolette di San Bernardino per l’Oratorio omonimo per la quale Perugino avrebbe collaborato alla Guarigione della fanciulla e al Miracolo del cieco.

Nel 1479 Perugino è a Roma ed è a partire da questa fase che Perugino giunse a realizzare uno stile personale, immediatamente riconoscibile che gli assicurerà più tardi la fama di protoclassicista: una maniera che si caratterizzò per l’allineamento ritmico di personaggi da un contorno incisivo, isolati fisicamente e psicologicamente in uno spazio che si apre in profondità su vasti paesaggi dall'atmosfera tersa. Seguono gli affreschi della parete di fondo della Cappella Sistina, con la finta pala d’altare della Madonna Assunta, il Ritrovamento di Mosè, la Nascita di Cristo, iniziati nel 1480 e in seguito distrutti per lasciare spazio al Giudizio Universale di Michelangelo.

Perugino, Sposalizio della Vergine
 Coordinatore della prima impresa decorativa della cappella destinata a concludersi nel 1482 e alla quale furono invitati a partecipare Botticelli, Cosimo Rosselli e Ghirlandaio, Perugino dipinse inoltre il Battesimo di Cristo, il Viaggio di Mosè in Egitto, e la Consegna delle chiavi, opera nella quale intense si rivelano le ascendenze pierfrancescane e fiorentine e che fu considerata da artisti diversi appartenenti alla prima generazione del pieno rinascimento come Raffaello, Fra Bartolomeo, Francesco Francia o Lorenzo Costa, emblematica della nuova maniera.

Nei vent'anni che seguirono questa committenza prestigiosa Perugino creò la gran parte dei suoi capolavori nei quali raggiunse quella sintesi plastica che gli consentì di primeggiare a Firenze sino alla fine del secolo e nei quali, accanto alla ritmica scansione e al respiro monumentale delle composizioni, l’uso di una prospettiva dal punto di vista rialzato, volta ad amplificare lo spazio dell’azione, si congiunge con una interpretazione raffinatissima della tecnica a olio dagli effetti smaltati e brillanti propri della pittura fiamminga.

Perugino, Ritratto di Francesco delle Opere
Gli anni che dagli affreschi della Cappella Sistina (1480-82) giungono al polittico della Natività  (1491) vedono la progressiva diffusione nell'Italia centrale delle invenzioni figurative peruginesche, che nella sistematica applicazione di determinate formule compositive e stilistiche, talvolta si manifestano in una dimensione di monotono pietismo.
Tra l’ottobre del 1492 e la fine del 1494 Perugino è documentato a Firenze, Perugia e Roma dove ricevette molteplici incarichi assolti, spesso tramite familiares, in botteghe a volte allestite provvisoriamente presso le case degli stessi committenti.

Nel decennio 1482-92, cui si datano alcuni dei suoi maggiori capolavori, l’attività di Perugino si svolse in larga parte a Firenze. Negli anni 1491 e 1492 lavorò a Roma per il cardinal Giuliano Della Rovere, futuro Giulio II.
Negli anni seguenti Perugino assunse a Firenze un ruolo guida rispetto ad artisti come Botticelli, Filippino Lippi, Ghirlandaio. Tale successo portò la sua bottega a diventare la più frequentata, oltre che la più attiva della città. La dimensione universale del suo linguaggio, l’espressione calma e pausata del suo stile pittorico, documenta pienamente la tensione protoclassicista propria agli ultimi anni del Quattrocento e al primo decennio del secolo successivo, destinata a influenzare tra gli
altri Fra Bartolomeo e Mariotto Albertinelli.


All'apice del successo, e al tempo stesso, all'inizio del suo ripiegamento stilistico, Perugino spostò il suo centro di attività a Perugia dove nel 1501 organizzò una bottega che divenne a poco a poco più importante rispetto a quella fiorentina in anni che vedranno l’affermazione della cosiddetta "maniera chiara", dovuta a quel processo di schiarimento che Perugino operò sul colore.
La bottega dell'artista venne presto criticata per la riproposizione, ormai stereotipata, di formule estetiche di un manierato sentimentalismo. Perugino, considerato ormai un artista incapace di rinnovarsi, vedrà diminuire drasticamente le commissioni fiorentine. Causa non ultima di questo declino fu l’accettazione da parte del pittore di troppe commissioni, realizzate spesso in ritardo rispetto agli accordi contrattuali e attraverso l’ampio intervento di aiuti.

Il maestro fu vittima di una pestilenza tra il febbraio e il marzo 1523: si concluse così la lunga vicenda del Perugino, artista al quale la critica tende a riconoscere una personalità più complessa e più partecipe del suo tempo rispetto alle stereotipate formule interpretative del passato. Se le soluzioni protoclassiche peruginesche avevano costituito uno dei fondamenti plastici del pieno rinascimento, la rapida evoluzione della pittura tenderà fin dai primi anni del Cinquecento a rivelare come superato tale linguaggio nei confronti del quale posizioni tra loro antitetiche vennero impersonate da Raffaello e Michelangelo: quest’ultimo accusò spesso pubblicamente di goffaggine le opere tarde del maestro umbro.

Non è un caso quindi che la riconsiderazione dell’arte peruginesca, già fondamentale alla formazione dell’estetica classica, sia avvenuta solo verso la fine del XVIII secolo in ambito neoclassico, come dimostrò, tra l’altro, il considerevole numero di opere dell’artista requisite a Perugia e in altre località italiane durante il Direttorio dai commissari governativi francesi e trasferite in Francia per essere esposte principalmente al Louvre accanto ai dipinti del più celebre Raffaello che di Perugino fu allievo e collaboratore.

Vi lascio con il celebre pensiero che Ruskin, scrittore, pittore, poeta e critico d'arte britannico, espresse nei confronti del Perugino:
Nel Perugino […] semplicemente non c’è tenebra, nessun errore. Qualsiasi colore risulta seducente, e tutto lo spazio è luce. Il mondo, l’universo appare divino: ogni tristezza rientra nell’armonia generale; ogni malinconia, nella pace.
J. Ruskin, Ariadne Fiorentina, 1876

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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