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martedì 18 giugno 2013

Giuseppe Pellizza da Volpedo

Giuseppe Pellizza da Volpedo, le ciliege
Giuseppe Pellizza da Volpedo nacque a Volpedo, presso Alessandria, nel 1868, in una famiglia di piccoli proprietari terrieri e viticoltori. L'artista ricevette una solida formazione accademica, prima a Milano all'Accademia di Brera, poi a Firenze alla scuola di Giovanni Fattori e poi all'Accademia Carrara di Bergamo, come allievo di Cesare Tallone.
Questi studi lo portarono verso un'attenzione scrupolosa alla figura, con risultati evidenti nei ritratti di un realismo forte e controllato, esposti alla Triennale di Brera nel 1891. 


Nel 1889 si recò a Parigi per l'Esposizione universale ed ebbe modo d'ammirare la pittura di Bastien-Lepage, di cui seguì la strada del realismo e dell'adesione alla vita contadina. Su suggerimento di Plinio Nomellini, già suo compagno di corso all'Accademia fiorentina, fece le prime prove di divisionismo, applicandolo in diverse opere in maniera sistematica. Durante il suo soggiorno a Firenze, ebbe modo di seguire lezioni universitarie di storie ed estetica, iniziando il rapporto di amicizia con il giovane scrittore Domenico Tumiati, il quale lo avvicinò all'arte dei preraffaelliti e allo studio dei pittori del Quattrocento. 

Giuseppe Pellizza da Volpedo, speranze deluse
Dal 1894-95 Pellizza iniziò ad acquistare tutti gli opuscoli socialisti e marxisti editi da Critica sociale: infatti egli intendeva sviluppare la via intrapresa con un bozzetto dal titolo Ambasciatori della fame fin dal 1891-92. La prima idea era stata fornita a Pellizza da manifestazioni operaie urbane ma, subito, per coerenza con il mondo rurale della sua vita, tradusse questo motivo nella realtà contadina. I contadini volpedesi, fino ad allora ritratti singolarmente e come individui isolati, divennero i protagonisti di un episodio della lotta di classe, uno sciopero e una marcia di protesta, ambientata nella piazzetta di Volpedo antistante Palazzo Malaspina.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, idillio primaverile
I gesti dei lavoratori facevano riferimento più che alla solidarietà umanitaria, postulata dalle società di mutuo soccorso, alla combattività delle leghe di resistenza contadine. Il passaggio da Ambasciatori della fame al più vasto Fiumana (il cui titolo entusiasmò Tumiati) fu il frutto di uno strenuo impegno intellettuale e di una lunga meditazione sui valori della classe contadina; e in nuovo approfondimento, Pellizza maturò nel 1898, anno delle repressioni milanesi di Bava Beccaris il definitivo Il Cammino dei lavoratori Quarto Stato.
Quest'opera nel corso degli anni mutò da immagine pittorica in manifesto politico, comunicando contenuti d’avanguardia ai primi anni del Novecento e la sua forza è tale da farla utilizzare come simbolo della classe dei lavoratori ancora ai nostri giorni.

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Le inclinazioni intellettuali di Pellizza intanto lo portarono a formarsi una cultura tecnica ed estetica e ad approfondire la conoscenza del pensiero sociale moderno, e per questo furono importanti le relazioni con artisti e scrittori per la definizione di un simbolismo fondato sull'applicazione al vero della natura dell'estetica scientifica e del procedimento a "divisione ottica".
Dai primi del Novecento decise di trattare "soggetti eterni" e di essere paesista, ricollegandosi ai romantici della Scuola di Barbizon e ad Antonio Fontanesi.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, il sole
Dipinse quadri di piccole dimensioni, che rendono l'aspetto del paesaggio con una tecnica più libera, e opere simboliche in cui intese glorificare la natura nei momenti di massimo splendore, quadri in cui la costruzione e il procedimento sono più calcolati. 
Desideroso di aprirsi a rapporti internazionali, nel 1905 si iscrisse all'associazione francese Idea, che ebbe come portavoce la rivista Tendances Nouvelles, e partecipò alla mostra di Angers organizzata dall'associazione. Nell'estate del 1904 si recò a Maloja per visitare la vedova di Segantini e vedere i luoghi dipinti dal pittore che ammirava profondamente, per poi ritornarvi nel 1906. All'inizio del 1906 decise di trasferirsi a Roma, attratto dal paesaggio della campagna romana e vi rimase per pochi mesi nel corso dei quali dipinse, frequentò Giovanni Cena, incontrò Giacomo Balla, conobbe Boccioni ed espose agli Amatori e Cultori.

Prostrato dalla morte del terzo figlio, appena nato, e della moglie, per le conseguenze del parto, il 14 giugno del 1907 si impiccò nello studio di Volpedo.
Vi lascio con le parole che lo stesso artista scrisse in una nota manoscritta su L’Avvisatore artistico del primo aprile 1893:
Sui sentimenti che svaniscono sulle idee indeterminate ha invero un’influenza diretta il paesaggio. Quella mestizia inspiegabile che ci assorbe a sera è un effetto della natura che ci circonda, del giorno che si muore.

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