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lunedì 18 novembre 2013

L'autoritratto tra Otto e Novecento, una stagione all'inferno

Richard Gerstl, uomo che ride
Cari lettori, tanto vi ho parlato del ritratto e dei ritrattisti lungo tutta la storia dell'arte. Il ritratto è un tema che mi ha sempre affascinato, perché ci ha restituito volti e storie del passato.
Poco però ho detto sull'autoritratto, sottogenere molto diffuso nella storia dell'arte.
Dal Quattrocento in poi, quando l'artista comincia a prendere importanza e coscienza di se lo vediamo spesso rappresentato all'interno delle sue stesse opere.

Poi si distacca come genere autonomo, l'artista celebra il proprio ruolo e la propria integrazione sociale, che costituisce la ragione di ogni auto-rappresentazione. Per questo diventerà un tema sempre più frequente. Ma lo scopo dell'autoritratto cambierà nel corso dei secoli, l'artista lo userà per esplorare o esibire la propria identità, il proprio io a volte minacciato e a volte esploso.

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Lo vediamo già con Rembrandt che indaga nei suoi autoritratti l'azione del tempo e il progressivo deteriorarsi del proprio volto. O con Goya, sulla soglia della modernità, che si rappresenta agonizzante esponendo la nuda fragilità umana.
Con Van Gogh la questione non riguarda più l'attacco del tempo all'integrità del corpo, ma l'autoritratto testimonia una condizione interna di insicurezza e di fallimento del tentativo di autoanalisi che il pittore fece.

E se la marginalità dell'artista è condanna, è allo stesso tempo salvezza. Ensor ce lo insegna rappresentandosi unico volto autentico in un mondo di maschere e di simulazioni, fitto e impenetrabile come una danza macabra.

Oskar Kokoschka, manifesto per "Der Sturm"con autoritratto
Insomma dall'Ottocento l'artista-eroe di tipo leonardesco si disintegra, la sua fisionomia è devastata dall'onda d'urto della psicologia, lo sconfinato continente dell'inconscio. Psiche e autoritratto si legano. E in area tedesca in particolare non sembra possibile arginare gli spettri del profondo, sopratutto nella Vienna di inizio Novecento, grande laboratorio della psiche moderna. Tra la Secessione ed i primi sussulti di Espressionismo, abbiamo esiti che trovo assolutamente straordinari.

Sulla strada già battuta dal grande Munch che conosciamo molto bene, si inserisce Richard Gerstl. Vero prototipo di artista geniale e disadattato, incapace di compromesso con la realtà e in totale antitesi con il clima ancora decorativo del suo tempo, si suicida a 25 anni, quando nel 1908, entra in scena il giovane Schiele. Sarà lui a esplorare il proprio volto e il proprio corpo fino al parossismo: una specie di inchiesta allo specchio condotta con gran consapevolezza, esibizionismo e provocazione.

Anche l'altro grande protagonista della mutazione viennese, Oskar Kokoschka, intensifica il pathos e si presenta con il cranio rasato, nudo con l'indice teso ad indicare una ferita sul costato, come un nuovo Cristo che espia le colpe di una società ottusa.
La guerra che di lì a poco sconvolgerà l'Europa darà vita all'angoscia e all'impotenza di molti artisti come Ludwig Kirchner o Max Beckmann che si ritrae spento e smarrito. Una dichiarazione di impotenza dell'arte di fronte alla ferocia della storia e la consapevolezza del proprio scacco.

Continua l'esplorazione ...

Per scoprire la storia del ritrattismo segui l'etichetta #ritrattieritrattisti

Fonti: Il ritratto, a cura di Stefano Zuffi, Electa, Milano, 2000

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