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giovedì 27 febbraio 2014

Lucio Fontana. Conta l'idea, basta un taglio

Lucio Fontana, concetto spaziale
Un classico della serie "lo potevo fare anch'io". Dopotutto che ci vuole a prendere una tela e a fare due tagli? direte voi. Ma andiamo con ordine.
Lucio Fontana nacque a Rosario, in Argentina, il 19 febbraio 1899 da genitori italiani.
Dal 1928 al 1930 frequentò a Milano, presso l’Accademia di Brera, il corso dello scultore Adolfo Wildt, da cui mediò il gusto, di matrice simbolista, per un linearismo concettuale prima che decorativo. Del 1930 fu la prima personale alla Galleria del Milione e l’adesione al gruppo degli astrattisti milanesi: per tutto il decennio, le sculture in cemento e ferro e le formelle in cemento graffito testimoniarono un interesse nei tracciati lineari, ora calibrati, ora estrosi fino all’ironia, con riferimenti all’espressionismo astratto di Kandinsky e alla scrittura automatica surrealista.

Nel 1935 iniziò l’attività di ceramista per la fabbrica di Tullio Mazzotti ad Albisola: attento alle potenzialità espressive della materia trattata, la vividità cromatica e la duttile plasmabilità al tocco, Fontana sviluppò qui una sensibilità già tutta informale e, insieme, influenzata dalla figurazione barocca, dal colore-luce di Van Gogh, dal dinamismo plastico di Boccioni: tutte fonti che poi citerà nei suoi scritti. Dal 1940 al ’46 si stabilì a Buenos Aires: nel Manifiesto Blanco, redatto nel 1946 insieme a un gruppo di allievi, confluirono le ascendenze futuriste e surrealiste, evidenti del resto nei disegni di quegli anni, in cui una dominante figurazione dell’inconscio si trasformò, a livello consapevole, nella proposta di una polarità energetica, e ambientalmente coinvolgente, della dinamica segno-spazio.


Nel 1947 tornò a Milano, dove, in una serie di contatti con artisti, architetti, critici, lanciò le basi del Movimento Spaziale, il cui Il Manifesto, del 1948-49, contenne un’esplicita rivendicazione della creatività inerente al gesto: "L’arte rimarrà eterna come gesto, ma morrà come materia". Nel febbraio 1949, alla Galleria del Naviglio, Fontana espose la serie di acquerelli Evoluzione, fondata sull’iconografia della spirale e dell’embrione, e l’Ambiente spaziale con illuminazione a luce nera di Wood, con appese al soffitto forme indefinite e fluttuanti, primo esempio di un’operazione dichiaratamente mentale, dove l’intento è di ricondurre il fruitore a una reazione estetica primaria.

Intanto emerse la tematica dei "buchi": i primi, su cartone o tela, sono del 1949, e sono denominati Concetti spaziali, escludendo una possibilità di lettura in termini di rappresentazione. Se la matrice è gestuale, con chiare implicazioni sul piano dell’immaginario, la progettualità perseguita è quella di un’indagine spaziale, la rivelazione della dimensione dell’infinito, al di là dei limiti del quadro. Dal 1952 al ’56, Fontana attraversò una fase specificamente informale: nella verifica del movimento come condizione immanente alla materia, le tele bucate si aggrovigliano in un contesto di inserti materici, sabbia, lustrini, vetri colorati.


Nel 1958, in contrasto con questa linea, nacquero la serie dei "tagli", o Attese, condotti su tele monocromatiche, prima multipli in scandita successione, poi perentoriamente unici, con un netto anticipo sulle tendenze dell’arte negli anni ’60, dalla pittura monocroma alle strutture primarie. Tale ricerca raggiunse il suo vertice nella Sala Bianca, allestita nel 1966 per la Biennale di Venezia, volta alla suggestione di una metafisica spazialità. Negli anni successivi si alternarono ai Concetti spaziali altre serie, di segno opposto, come le Nature, sfere in grès turgide e scavate, e i Teatrini, costruzioni oggettuali di sapore Pop, ma definiti dall’autore esempi di "spazialismo realista". La ricerca di Fontana si articolò così per cicli posti in dialettica coincidenza, nel contrasto fra materia e spazio, colorismo vitalistico e acromaticità, attivistica espansione dell’immagine e percezione del vuoto, recupero del lavoro artigianale e proiezione nel futuro elettronico e aerospaziale.

L'artista morì nel 1968 a Comabbio, un paese in provincia di Varese.
Le sue tele con buchi e tagli, scandalizzarono il pubblico anche per la facilità con cui è possibile rifarle. Furono infatti molti i falsari, ma pochi con un segno così sicuro, perché anche da un punto di vista esecutivo compiere un taglio preciso sulla tela non è semplice, insomma non tutti lo potrebbero fare. Fontana, per cautelarsi, scrisse sul retro di ogni tela frasi insensate, semplice appiglio per una perizia calligrafica.

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Ma allora cos'è che fece di Fontana un artista rivoluzionario e straordinario?
L’arte con lui divenne tridimensionale: il buco e il taglio aprirono al retro della tela e le due dimensione spaziali, il fronte e il retro si unirono in un unico spazio. Fontana aprì al nuovo, alla comunicazione, al diverso, all'opposto, aprì il colore all'oscurità. Può piacere e non piacere come qualsiasi altro artista, ma la portata della sua arte è comunque straordinaria. Fontana aprì la tela a ciò che rifuggì sempre, al suo terrore: il buio, con il quale essa non è più niente.
Il dibattito è aperto...


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Questo post fa parte della rubrica #lopotevofareanchio, in cui se vuoi puoi esplorare l'arte contemporanea!

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