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martedì 1 aprile 2014

Anselm Kiefer, un viaggio nella storia

Anselm Kiefer, Lilith
Ecco un altro artista contemporaneo che ci fa dire che NON lo possiamo fare anche noi!
Anselm Kiefer è un autore eclettico e artista interessato al passato e ai suoi angoli oscuri: da sempre la storia è al centro della sua arte.
Parlare della nostra storia spesso è complicato perché ci riporta a ricordi, anche brutti, difficili e sofferti. Ma può essere necessario, per mettere in dubbio alcune certezze e trasmettere dubbi, sensibilizzando il pubblico verso temi importanti.

Kiefer è nato nel 1945 a Donaueschingen in Germania, nel momento giusto per vivere la brutta situazione che il suo paese dovette superare per rinascere dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Ed è per questo motivo che la miseria, la paura del presente e la speranza nel futuro, tutti sentimenti contrastanti dei tedeschi, entrarono a far parte dell'arte di Kiefer. Nel 1965 si iscrisse alla facoltà di legge, per poi passare alla pittura già l’anno successivo, seguendo così la sua vera passione. Nel suo percorso di studi incontrò Joseph Beuys, suo professore a Dusseldorf: forse è proprio per merito del maestro che Kiefer cominciò a interessarsi in maniera particolare ad alcuni materiali ritenuti "poveri".  Beuys lo spronò a usare grandi tele in cui inserire una serie di simboli grazie ai quali poteva commentare con sarcasmo e ironia risvolti tragici della cultura e della storia tedesca, con particolare rimando al periodo nazista.

Ad Anselm Kiefer quindi piace la storia, ma non quella scontata, bensì quella che ancora oggi rappresenta una ferita non del tutto rimarginata, che fa male e che ci costringe a delle doverose riflessioni. Come la storia che l'artista rievoca, ad esempio, con Gerusalemme, un titolo che già spiega molte cose: con un semplice nome di città Kiefer richiama sensazioni di oggi, legate alla difficile situazione nelle terre contese fra israeliani e palestinesi, e del passato per la persecuzione e l’olocausto.

Anselm Kiefer, Gerusalemme, 1986
I singoli elementi, nella tela che sembra lacerata, sono quasi irriconoscibili: dovremmo trovarci di fronte alla città santa, ma è difficile scorgere delle forme chiare del dipinto. Il riferimento all’action painting di Pollock è evidente, nella tecnica e nell'uso del colore che portano lo spettatore a immaginare quello che non vede e forse che nemmeno c'è. Kiefer però con Gerusalemme non vuole parlare della storia del popolo d'Israele, ma in realtà si riferisce al passato tedesco, rimandando a quello che Gerusalemme rappresentò per la Germania.

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Negli anni settanta Kiefer realizzò un ciclo di opere denominate Occupazione: si fece fotografare, con il braccio alzato nel saluto di Hitler, in diversi luoghi simbolo del nazismo. La critica, in buona parte, non capì il senso di queste opere, accusandolo d'essere un neo-nazista. Da questo momento Kiefer si fermò, la sua biografia non ci dice molto: per diversi anni pagò a caro prezzo il fatto d'aver messo il dito nella piaga della Germania nazista, avendo problemi dal punto di vista espositivo ed economico.

Anselm Kiefer, Nigredo, 1984
Ma Kiefer non si fece scoraggiare e continuò il suo lavoro. Dopo tutto uno che come lui ama la storia sa che spesso i contemporanei non capiscono e non si riconoscono nell'arte prodotta nel proprio tempo, a maggior ragione se questa evoca un recente passato fatto di errori e terribili tragedie.
Gli sbagli del passato tornano sempre a tormentarci come spettri ed è quello che fa l'artista in Margarete: una tela che richiama in noi lo sterminio degli ebrei e l’orrore della Shoah. Margarete è un nome frequente fra gli ebrei e può riferirsi a ognuno dei deportati e soprattutto delle donne che subirono più spesso questa infamia.

Anselm Kiefer, Margarete
Nigredo, del 1984, è un altra opera molto rappresentativa dell'artista che tenta, come sempre, di analizzare la storia senza preconcetti o insegnamenti accademici: davanti a noi vediamo un campo di terra da arare, ma non c'è nessuno a lavorare, tutti i contadini sembrano svaniti nel nulla.
Spesso nelle opere di Kiefer non ci sono le persone, che fanno la loro comparsa solo in rari casi. Eppure la storia, che l'artista ama tanto, è fatta da uomini e donne, ma loro mancano all'appello. L'essere umano sembra scomparso nel passato stesso, forse non è degno d'essere rappresentato e sulla tela e nelle installazioni rimangono solo luoghi e zone irriconoscibili.


Alla fine degli anni ottanta si torna a parlare di Kiefer anche grazie a una tournée internazionale di mostre ed esposizioni: Chicago, Filadelphia, Los Angeles e New York e poi anche l’Italia con Venezia nel 1997 e Bologna nel 1999. Dagli anni ’90 l'artista divise il suo studio fra Buchen e Gerusalemme, mentre dal 2000 è stato impegnato nella grandiosa opera I Sette Palazzi Celesti che ha realizzato all'interno del corpo centrale dell'Hangar Bicocca a Milano, aperto per la prima volta al pubblico nel 2004.

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Artista chiave del movimento artistico Neo-espressionista, nelle opere di Kiefer c'è un pathos e una tensione emozionale difficile da dimenticare perché i ricordi sono tutto per noi, per capire quello che è stato e che in parte è ancora oggi. Dopo un inizio carriera dedicato all'arte concettuale, decise di rivolgersi alla pittura diventando uno dei principali esponenti del neoimpressionismo, di fama internazionale.


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Questo post fa parte della rubrica #lopotevofareanchio, in cui se vuoi puoi esplorare l'arte contemporanea!
Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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