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giovedì 7 agosto 2014

Il giapponismo e la permeabilità della cultura europea #1

Vincent Van Gogh, ramo di mandorlo in fiore
Il parlare dell'Ottocento mi porta ad approfondire un tema riguardante le contaminazioni artistiche culturali che l'Europa ha sempre recepito e che sono alla base della nostra società. La cultura europea infatti è sempre stata molto permeabile a impulsi esterni. Lo è fin dalle sue lontane origini greche quando le influenze d'Oriente furono necessarie per la nascita delle prime statue e per lo sviluppo del pensiero pitagorico. In particolar modo durante l'impero di Roma l'Europa seppe assimilare ogni contributo, aggiungendolo al calderone di dei, commerci e popoli.

Questa tradizione romana, passò a Bisanzio e rimase tale anche quando la città diventò Costantinopoli, a tal punto da poter affermare che l'impero di Roma, visto come insieme di culture, si concluse solo nel 1922 con la fine di quello ottomano. Per l'Europa che rinasceva dopo l'anno Mille fu molto importante il dialogo con il mondo arabo da cui arrivarono attraverso i commerci lo zucchero, l'elisir e la numerazione. Grazie agli arabi si riscoprì Aristotele e l'antichità greca. E così via nei secoli. Il Settecento rimase affascinato dalla Cina con cui l'Europa commerciava tramite la Compagnia delle Indie e cercò persino di rubarle il segreto della porcellana.

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E fu solo il contatto e la contaminazione con la cultura giapponese che modificò la percezione degli spazi e pose le basi per una nuova concezione delle nostre abitazioni "moderne", cambiando il rapporto con le finestre e il sistema di porte che da una stanza portano a all'altra. E sempre solo il contatto con la cultura giapponese stimolò i pittori ad andare oltre alle sfumature, alle velature e al chiaroscuro per scoprire la bellezza delle tinte piatte. Venne così interrotto il lungo percorso che aveva spinto gli artisti a cercare di rappresentare il mondo in maniera più fedele possibile.

Henri de Tolouse-Lautrec, divano giapponese
Grazie al Giappone noi occidentali scoprimmo come rappresentare l'essenza delle cose. La visione spirituale nipponica del mondo era così diversa da quella materialistica europea che ci cambiò in maniera irreversibile. Ad aggiungere carne al fuoco ci mise lo zampino l'arrivo proprio in quegli anni,della fotografia, la quale si delineava come concorrente agli artisti nella rappresentazione realistica del mondo. E la pittura reagì in tre modi diversi.

Da un lato cercò di cogliere il reale con maggiore precisione, superando il limite di tempo della fotografia, la quale non può che rappresentare un'istante. Dall'altro lato la pittura si mise a competere nel campo del colore, utilizzandolo per interpretare realisticamente la luce, come fecero ad esempio gli impressionisti. Dall'altro ancora, uscendo dal realismo per cercar di affrontare la rappresentazione del concetto delle cose. E proprio questo punto ci porta a dover parlare del Giappone ... →nel prossimo post ... stay tuned!

Fonti: Il Secolo lungo della Modernità, Philippe Daverio, Rizzoli, Milano, 2012

2 commenti:

  1. Seguirò con grande interesse questi appuntamenti sul Giappone e il giapponismo, l'influsso dell'Oriente nell'arte degli ultimi due secoli mi ha sempre incuriosita per le forme, i colori e le atmosfere che ne sono derivate.

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