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lunedì 1 settembre 2014

Intervista a Giovanni Sassu, curatore del Museo della Cattedrale e dei Musei Civici d'Arte Antica di Ferrara


E' con molto piacere che vi presento questa seconda intervista realizzata ad un curatore-addetto ai lavori nel campo museale. Anche perché parliamo di Ferrara, città a cui sono legato da parte del mio percorso di studi. In particolare conosceremo Giovanni Sassu, curatore del Museo della Cattedrale e dei Musei Civici di Arte Antica di Ferrara.
Vorrei che per cominciare ti presentassi Giovanni: chi sei, quali studi fai o hai fatto, quando e perché hai iniziato a lavorare nel campo artistico-culturale.

Mi chiamo Giovanni Sassu, sono laureato al Dams di Bologna, specializzato e dottorato nella stessa università. Ho iniziato a lavorare in questo campo facendo la trafila di molti (schedatura, assistenza a insegnamenti presso l'Università, Fondazione Longhi, ecc.), ma un lavoro vero e proprio l'ho trovato “solo” nel 2002, quando sono diventato curatore incaricato del Museo della Cattedrale e dei Musei Civici di Arte Antica di Ferrara, ruolo che rivesto tuttora, seppure dal 2008 da dipendente del Comune di Ferrara.

Parlaci un po' del luogo in cui lavori. Che cosa rappresenta? quali sono i suoi obiettivi? un visitatore che viene a vedere il museo o una mostra da voi cosa si deve aspettare? e più in generale spiega quello che secondo te dovrebbe trasmettere una mostra.

Quando ero studente o un libero ricercatore, i Musei per i quali lavoro oggi rappresentavano un modello cui guardare con curiosità: una piccola città con diverse entità museali e il grande polo internazionale di Palazzo dei Diamanti.
Non ti nascondo che il passaggio dall’esterno al “dietro le quinte” è stato complesso all’inizio, sia per i modelli di gestione vetusti in uso quando sono arrivato, sia per la crisi economica che ha progressivamente tagliato nel corso degli anni Duemila risorse finanziarie e umane.
Oggi tanto il Museo della Cattedrale quanto i Musei Civici di Arte antica sono realtà museali che, dopo il terremoto del 2012, stanno ridefinendo i propri confini e le proprie finalità. In attesa di riaprire l’intero percorso espositivo di Palazzo Schifanoia, ad esempio, ci stiamo adeguando alle nuove tecnologie e al web: la creazione della pagina Facebook dei Musei Civici di Arte Antica ne è la testimonianza più semplice e immediata; a questo seguirà a brevissimo un rinnovamento degli apparati didattici del Salone dei Mesi attraverso touch screen e QR Code; poi lanceremo a breve una nuova rivista on line che - dalla postazione in qualche modo privilegiata dei Musei (fuori dalle dispute accademiche) - auspichiamo diventi presto un punto di riferimento nel settore degli studi sull’arte ferrarese. Dal punto di vista professionale, tutto ciò è molto stimolante anche se operare nel nostro settore in questo momento storico è talvolta più sconfortante che esaltante.
Rispondendo all’ultima parte della tua domanda, penso che una mostra (ma vale anche per il Museo) dovrebbe trasmettere a chi la visita un racconto organico, il senso narrativo del perché si è scelto di esporre in quel modo e in quella successione le opere, la rete di relazioni che lega queste ultime tra loro e cosa esse documentino nel loro doppio statuto di testimonianze storiche e artistiche. È esattamente quello che abbiamo cercato di fare con la mostra "Immagine e persuasione. Capolavori del Seicento dalle chiese di Ferrara", una piccola esposizione che, partendo dalle difficoltà delle chiese estensi del dopo terremoto (ma anche del prima, a dire il vero), ha cercato di far conoscere al grande pubblico un Seicento meno noto, quello ferrarese, ma di grande qualità e curiosità.

Invece quando sei tu il turista, il fruitore, qual è il tuo approccio con il luogo per eccellenza che custodisce le opere d'arte, cioè il museo: sei più da "turistodromo" o preferisci piccoli musei poco frequentati e quale ti sentiresti di consigliare ai lettori di Art'esplorando.

Preferisco guardare qualsiasi cosa attiri la mia curiosità, senza vincoli particolari. Mi muovo quasi sempre animato dagli studi che conduco al momento e che mi possono portare in luoghi giganteschi e affollatissimi come il Louvre o in altri quasi sperduti, come il piccolo museo dell’Estremadura. In ogni caso, cerco di studiare come sono raccontati gli oggetti, come sono accostati, ma, naturalmente, mi lascio affascinare dalla qualità delle opere. Ecco, se posso dire, non amo i musei o le mostre con troppo “contorno”, siano essi apparati didattici o grafici: sono le opere esposte e la loro successione che deve affascinare il visitatore, non la trovata espositiva mirabolante. I musei da consigliare? Faccio fatica davvero, ti dico i quattro luoghi del cuore: la Pinacoteca Nazionale di Bologna e quella di Ferrara, la Gemäldegalerie di Berlino e il Museo de Bellas Artes di Siviglia. 


Se fossi il ministro dei Beni Culturali e il Presidente del Consiglio ti desse carta bianca, quale sarebbe il tuo primo provvedimento?

Di certo non presenterei una riforma come quella che è in corso di approvazione in  questi giorni (l’intervista è stata rilasciata in luglio, ndr.), un atto che ha il solo scopo, neppure tanto nascosto, di cancellare il concetto di tutela dal vocabolario dei Beni Culturali italiani, nonché di spazzare via una tradizione gloriosa come quella delle Soprintendenze italiane, in nome di un malinteso intento di promozione turistica o di “vendita” del brand “Italia”. Non si accorge chi sostiene questa riforma (o meglio chi sostiene questa cultura) che tra poco resterà da vendere solo la polvere di ciò che ci sta crollando addosso…
Detto questo, personalmente ripartirei proprio dal sistema delle Soprintendenze territoriali, un modello operativo che in molti casi è stato di pura eccellenza e che è stato depotenziato e svilito. Meno centro, più periferia, insomma: il futuro è nella ricchezza del territorio, valorizzare vuol dire raccontare le specificità di quest’ultimo. 
Accompagnerei questa operazione con uno svecchiamento degli operatori del settore: energie nuove, teste nuove, questo serve in un momento storico come quello che stiamo vivendo. Prima che di norme o di riforme questo Paese ha bisogno di una classe dirigente nuova che provi a far funzionare le cose con le regole che già ci sono, una classe dirigente meno fifona, insomma, e più dinamica, più colta e più calata nella realtà.

Cosa proporresti di leggere a una persona che si avvicini per la prima volta alla storia dell'arte? un testo scolastico, un saggio, una monografia...

Posso dirti cosa ha avvicinato me alla storia dell’arte. Un saggio non facile di Carlo Volpe: Il lungo percorso del “dipingere dolcissimo e tanto unito” (1980), nel V volume della Storia dell'arte italiana dell’Einaudi. Lo lessi di notte a Firenze, ospite insonne a casa di amici, attingendo alla loro biblioteca: la sera prima ero lì perché volevo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti e approfondire l’arte contemporanea; il mattino dopo decisi di andare a studiare storia dell’arte a Bologna, sulle tracce di Volpe. C’è davvero tutto dentro quel saggio: il rigore del metodo, l’acume dell’occhio, tanto, tanto cuore e, persino, il ripudio del padre (Longhi). Tutti elementi che mancano a moltissimi storici dell’arte di oggi.
Su un piano di lettura più “semplice”, da giornale per intenderci, mi fai venire in mente un testo divertentissimo che consiglierei a chi fa la fila per vedere la “neve degli impressionisti” o che si esalta per la scoperta di un nuovo Caravaggio, tanto per dire, a Bernalda: L’uomo di Pasadena, un breve intervento di Giovanni Previtali (poi ripubblicato nel 1999 da Paparo Edizioni in Recensioni, interventi e questioni di metodo. Scritti da quotidiani e periodici 1962-1988). Un testo che Previtali scrisse per stigmatizzare l’allora nascente uso dell’attribuzione mirabolante a fini commerciali: divertente, feroce e profetico.

Arriva il Diluvio Universale e tu hai la possibilità di mettere qualche opera d'arte nell'arca di Noé, quali sceglieresti?

Proverei naturalmente a salvare le opere del museo che custodisco e che amo moltissimo, il Museo della Cattedrale di Ferrara: con grande fatica vista la mole (le ante d’organo di Tura) e il peso (il ciclo scultoreo dei Mesi e la Madonna della melagrana di Jacopo della Quercia).

Con quale artista (anche non più tra noi!) ti sentiresti di uscire a cena o a bere qualcosa? e perché?

Si potesse fare il miracolo, mi piacerebbe mettere alla stessa tavola Piero Manzoni e Giorgio Vasari: ci sarebbe di che ridere.

Oggi in TV e alla radio non c'è molta arte, e cultura in generale. Tu cosa consiglieresti di guardare (o ascoltare) al lettore di Art'esplorando. Può anche essere un programma non prettamente d'arte, ma al cui interno ci sia un approfondimento artistico. In onda ora, ma anche nel passato (ovviamente valgono anche le web-tv).

Confesso di non essere molto ferrato su ciò che trasmette la tv oggi in merito all’arte. Sono fermo ai Critofilm di Ragghianti… il che la dice lunga sul mio aggiornamento in materia… Scherzi a parte, sono favorevolissimo a ogni forma di divulgazione televisiva dell’arte, a patto che ci sia sotto rigore e verifica delle fonti. Meno Voyager e più BBC, meno Giacobbo più Neil MacGregor. 

In un ipotetico processo alla storia dell'arte tu sei la difesa, l'accusa è di inutilità e di inadeguatezza ai nostri tempi, uno spreco di tempo e di soldi. Fai un'arringa finale in sua difesa.

Qualcuno dice che la storia dell’arte libera la testa. Io penso che quella italiana spesso la occluda pesantemente. Al di là di questo, la storia dell’arte intesa come conoscenza è la naturale premessa di ogni attività di tutela. Puoi custodire e preservare solo se conosci ciò che hai tra le mani o intorno a te. Andrè Chastel diceva che la storia dell’arte nasce con il Museo, nasce nel momento stesso in cui si decide di riunire opere d’arte in luoghi, pubblici o privati non importa, destinati a concedere loro “un’immunità finale rispetto alla durata”. Non esiste il Museo senza la storia dell’arte, non esiste l’Italia senza il Museo. Non credo ci sia da aggiungere altro.

Concluderei con una bella citazione sull'arte, quella che più ti rappresenta!

Abbiamo parlato tanto di Museo e di comunicazione. Ciò mi fa venire in mente un passo di un libro che ho amato molto, Intervista sulla fabbrica dell’arte di Giulio Carlo Argan (Laterza 1980); interrogato su cosa debba essere un museo Argan rispondeva che “Il museo non dovrebbe essere il ritiro o il collocamento a riposo delle opere d'arte, ma il loro passaggio allo stato laicale, cioè allo stato di bene della comunità: il luogo in cui davanti alle opere non si prende una posizione di estasi ammirativa, ma di critica e di attribuzione di valore.”

Grazie ancora a Giovanni per la sua disponibilità e professionalità. E a tutti i miei lettori, oltre a consigliare di visitare i musei di Ferrara, invito ad esplorare la pagina fb dei Musei Civici d'Arte Antica di Ferrara e naturalmente il sito: http://www.comune.fe.it/arteantica.
Stay tuned ....

Se ti è piaciuto il post, aggiungimi alle tue cerchie!

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