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martedì 14 ottobre 2014

Il lavoro nell'arte


Mi dispiace per chi abbia frainteso il titolo e creda che in questo post parlerò di come trovare lavoro nell'arte! non è così. Ma tenterò qualcosa di altrettanto arduo: provare ad afferrare il filo rosso che lega l'arte e la rappresentazione del lavoro!
Il lavoro accompagna l'uomo dall'alba dei tempi e possiamo con una certa sicurezza dire che anche l'arte ha iniziato molto presto a raffigurarlo. Pensiamo ai dipinti dell'arte egizia, in cui spesso lo troviamo legato sopratutto alla realizzazione di un tempio o della tomba di un grande faraone. Ma ci sono giunte anche testimonianze del lavoro nei campi o di quello artigianale (oreficeria, ceramica e suppellettili).

La questione non cambia con i romani e arriva fino alle soglie del Medioevo.
Dopo la cacciata dal Paradiso, l'uomo e la donna furono condannati al lavoro: nell'iconografia medioevale  a lui toccò la vanga e a lei il fuso, e la cosa andò avanti per parecchio, passando lei ai fornelli e lui alla spada, quando la sorte non li mandava in schiavitù. Il lavoro diventa inoltre la strada di redenzione dell'uomo e anche regola di un ordine monastico.
Ma che tipo di lavoro si svolgeva? per l’intera durata del Medioevo e fino alla Rivoluzione industriale, l'agricoltura rimane alla base di tutta l'economia europea, poi gradualmente affiancata dall'artigianato.

Maggio, Ciclo dei mesi -Torre dell'Aquila - Castello del Buonconsiglio
E tutto ciò lo ritroviamo in arte, nei cicli dei mesi, scolpiti dal Maestro di Ferrara o dall'Antelami a Parma. In pittura nel Castello del Buonconsiglio di Trento o a palazzo Schifanoia a Ferrara. O ancora nelle miniature dei fratelli de Limbourg. Il lavoro scandisce il tempo, lo scorrere dei mesi e delle stagioni. Tutto ciò va avanti nel Rinascimento: si rappresentano il lavoro nei campi, le botteghe artigiane, i commerci tra città.

Con il XVII secolo l'interesse degli artisti verso la rappresentazione del lavoro aumenta e si specializza, diventando pittura di genere. E uno dei primi generi pittorici che descrive e diffonde il tema del lavoro insieme ai suoi protagonisti è la pittura popolare, che fece entrare tra i soggetti degni di essere rappresentati, oltre ai personaggi del mondo del potere civile e religioso, anche la classe lavoratrice con personaggi umili colti nelle loro occupazioni quotidiane, a volte guardati con occhio critico di denuncia sociale, a volte con un atteggiamento più leggero, di curiosità verso i costumi della società contemporanea.

Il genere fu sviluppato dai Fiamminghi e dai Bamboccianti i quali, proseguendo la rivoluzione avviata da Caravaggio con una pittura che descriveva con sconvolgente evidenza la cruda visione della realtà, rinnovarono la ricerca figurativa realistica con scene di vita di strada o di avvenimenti quotidiani, suscitando numerose critiche tra i teorici e i pittori classicisti.
La pittura di Pieter van Laer, il Bamboccio (1592- 1642), insieme a quella dei suoi seguaci, con la rappresentazione di scene di venditori ambulanti, interni di botteghe, borghi abitati dalla gente umile della Roma del Seicento, invitava già ad una riflessione politica e sociale.

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Si diffonde così agli inizi del Seicento un filone pittorico caratterizzato dal mutamento culturale che guardava con interesse al dato reale e sociale della vita quotidiana. Un genere dilettevole e bizzarro che attrasse l’interesse dei collezionisti e dei mercanti d’arte.
La stessa riflessione sarà portata avanti nella pittura del Settecento spinta dallo spirito illuministico diffusosi nei circoli intellettuali.
Poi con il Secolo Lungo tutto cambia.

Nelle arti figurative dell’Ottocento, il lavoro è largamente trattato attraverso l’arte realista, dove anche il “brutto” diventa un elemento significativo. 
Anche qui sono proposte tematiche urbane di stretta attualità, dove i soggetti senza essere discriminati in base alla maggiore o minore dignità sono descritti a volte anche con un linguaggio idealizzante (Courbet). Tutta colpa del vapore e dalla Rivoluzione Industriale. Che al principio parve la liberazione dalla fatica fisica, quella fatica che già avevano contribuito ad alleggerire il bue, l'asino ed il cavallo. Il vapore rompe i limiti dell'operatore. Il vapore inventa l'operaio e l'industria!

E l'arte comincia a ritrarre le fornaci, i minatori, le forge dei fabbri, le filande, le officine, con sempre maggior attenzione al lavoratore, alla sua fatica e alla miseria che spesso segnava la sua esistenza. Nacquero in quegli anni le masse, la classe, le grandi città con tutte le loro conseguenze. E come spesso abbiamo visto, i cambiamenti sociali si riflettono nella storia dell'arte!
Il Novecento è il secolo di una società in crescita, ormai avviata all’industrializzazione e gli artisti, affrontano nelle loro opere questa tematica attraverso soluzioni diverse che vanno dal socialismo umanitario al realismo che celebra il lavoro come progresso, dal lavoro trasfigurato dal liberty al novecentismo di epoca fascista.

Nel secondo dopoguerra il lavoro e i lavoratori diventano un topos nell’arte italiana soprattutto da parte di artisti che militando nei partiti di sinistra, riconoscono una componente significativa nelle classi lavoratrici, in particolare negli operai dell’industria.
Oggi forse è solo la fotografia che continua a documentare le condizioni dei lavoratori nel mondo e le diverse tipologie, ma anche la mancanza del lavoro che sopratutto nell'ultimo decennio si è fatta drammaticamente dilagante.
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