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mercoledì 1 aprile 2015

Il regno della bellezza #4: il Laocoonte


Continua il viaggio nel regno della bellezza, trovate tutti i post dedicati a questo argomento seguendo l'etichetta #arte greca antica.
Alcune opere, divenute molto famose in tempi posteriori, nacquero nel periodo ellenistico.
Prova ne è il Laocoonte.
Quando il gruppo fu ritrovato nel 1506, gli artisti e gli amatori d'arte ne furono sconvolti.

Allo scavo, di grandezza stupefacente secondo le cronache dell'epoca, assistettero di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l'architetto Giuliano da Sangallo inviato dal papa a valutare il ritrovamento, secondo la testimonianza di Francesco, giovane figlio di Giuliano, che, ormai anziano, ricorda l'episodio in una lettera del 1567.

Secondo questa testimonianza fu proprio Giuliano da Sangallo ad identificare i frammenti ancora parzialmente sepolti con la scultura citata da Plinio. Plinio raccontava di aver visto una statua del Laocoonte nella casa dell'imperatore Tito, attribuendola a tre scultori provenienti da Rodi: Agesandro, Atanodoro e Polidoro.
Scrive Plinio:
« Né poi è di molto la fama della maggior parte, opponendosi alla libertà di certuni fra le opere notevoli la quantità degli artisti, perché non uno riceve la gloria né diversi possono ugualmente essere citati, come nel Laoconte, che è nel palazzo dell'imperatore Tito, opera che è da anteporre a tutte le cose dell'arte sia per la pittura sia per la scultura. Da un solo blocco per decisione di comune accordo i sommi artisti Agesandro, Polidoro e Atanodoro di Rodi fecero lui e i figli e i mirabili intrecci dei serpenti. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXVI, 37)
In questo gruppo vi è raffigurata la drammatica scena descritta anche nell'Eneide: il sacerdote troiano Laocoonte ha ammonito i suoi compatrioti di non accogliere il cavallo di legno in cui si nascondono soldati greci; gli dei, che vedono ostacolati i propri progetti di distruggere Troia, mandano dal mare due giganteschi serpenti che stringono nelle loro spire il sacerdote e i suoi sventurati figli soffocandoli.

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E' il racconto di una delle crudeltà insensate perpetrate dagli dei contro poveri mortali, tanto frequenti nella mitologia greca e latina. Ci piacerebbe sapere che effetto facesse la storia all'artista greco che concepì questo gruppo impressionante.
Voleva forse farci sentire l'orrore della scena?
O intendeva mostrarci sopratutto la propria capacità di raffigurare una lotta straordinaria e terrificante tra uomo e bestia?

Una cosa è certa, il modo con cui i muscoli del tronco e delle braccia rendono lo sforzo e la sofferenza della lotta disperata, l'espressione di strazio nel volto del sacerdote, le contorsioni impotenti dei due fanciulli e la maniera nella quale tutto questo tumulto e questo movimento si cristallizzano in un gruppo statico hanno sempre riscosso l'universale ammirazione.

Ma ci viene da pensare che si trattasse di un'arte rivolta ad un pubblico che amava l'orribile spettacolo delle lotte tra gladiatori. Il fatto è che probabilmente nel periodo ellenistico l'arte aveva perduto ormai il suo antico vincolo con la magia e la religione.
Gli artisti si interessavano della tecnica in quanto tale, e il problema di rappresentare un tema così drammatico con tutto il suo movimento e la sua espressività e tensione era proprio una difficoltà atta a saggiare le capacità dell'artista.
Se il destino del Laocoonte fosse giusto o meno, lo scultore non se lo domandava neanche.


Fonti: La storia dell'arte, E.H. Gombrich, Phaidon, 2008

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