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giovedì 7 maggio 2015

Contessa di Castiglione, femme fatale del Risorgimento

Michele Gordigiani, la Contessa di Castiglione, 1862
Continua il viaggio tra donne e uomini illustri (ma come vedete fino ad ora sono state più donne che uomini).
E tra le donne del Risorgimento la contessa di Castiglione fu certamente una delle più influenti, forse la più bella, la più intrigante e chiacchierata, la personificazione della vanità femminile.
Una “statua di carne”, così definita dall'invidiosa principessa di Metternich.
Audace, altera e superba, di sé diceva: “è il mio carattere fiero, franco e libero che mi fa essere talvolta cruda e dura”.
Gli intensi occhi verdazzurro dalle sfumature ametista, erano lo specchio di una mente lucida e fredda e tale rimaneva anche nel fuoco della passionalità più violenta.
Ma procediamo con ordine. Chi è la Contessa?

Virginia Oldoini, figlia del nobile marchese spezzino Filippo Oldoini e della fiorentina Isabella Lamporecchi, nacque a Firenze il 23 marzo 1837.
È passata alla storia per aver convinto Napoleone III a sostenere la causa dell’indipendenza italiana, il tutto con l'arma della sua seduzione.

Divenne contessa di Castiglione a 16 anni quando, il 9 gennaio 1854, “Nicchia” (così chiamata da Massimo d’Azeglio), sposò il conte Francesco Verasis di Castiglione Tinella e di Castiglione d’Asti, cugino di Cavour. Pur sapendo di non essere ricambiato, volle a tutti i costi sposare la donna più bella d’Italia.

Anche dopo la separazione legale, rimase sempre innamorato di Virginia, ignorandone i tradimenti e assecondando i suoi costosi capricci, come tutti i mariti ingannati che si rispettino.
Fino al 1867, quando cadde da cavallo e morì travolto dalla carrozza reale, durante il corteo di nozze tra il principe Amedeo d’Aosta e la principessa Maria dal Pozzo della Cisterna.

Dagli uomini sapeva farsi adorare e dalle donne odiare: prima tra tutte la spagnola Eugenia Montijno, moglie di Napoleone III.
Carattere molto difficile, Virginia amò solo se stessa, motivo per cui il figlio Giorgio, morto di vaiolo a Madrid nel 1879, non la sopportava.

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Si trasferì a Torino, appena sposata, alla corte di Vittorio Emanuele di Savoia e poi a Parigi, lasciando la sua amata La Spezia.
Dopo un memorabile debutto in società, alle Tuileries, la bellissima ventenne riuscì nella delicata missione di stato affidatale da Cavour: in mezz’ora d’amore nella stanza azzurra del Castello di Compiègne, convinse Napoleone III (allora cinquantenne) ad appoggiare la causa italiana.
Era il gennaio del 1856.
Napoleone la ricoprì di gioielli, tra cui una collana a cinque giri di perle e di un fantomatico assegno mensile di 50.000 franchi.

Virginia si trasferì in Rue de Passy e i soprannomi che le malelingue usavano, come “la bella e la bestia”, vennero sostituiti con il più diretto nomignolo di “vulva d’oro”.
La sua stella presso Napoleone cominciò a offuscarsi a vantaggio della moglie del ministro degli esteri contessa Walewska, dopo l’armistizio di Villafranca, nel luglio 1859.
Ad ogni modo l’imperatrice Eugenia riuscì a espellerla dalla Francia col pretesto di un attentato (sventato) all’Imperatore, programmato durante un convegno tra i due amanti.

Tornerà a Parigi nel 1862, grazie all’ambasciatore Costantino Nigra. Ma i suoi propositi di rivalsa furono disattesi: la partita era persa come lo fu più avanti anche quella con Vittorio Emanuele.
Il re d'Italia si seccò per i suoi tentennamenti e le eccessive pretese, dopo averla invitata più volte a trasferirsi a Firenze.


Con abilità e scaltrezza continuò a tessere, tra Parigi e La Spezia, la rete delle sue amicizie influenti, dopo la caduta del Secondo Impero nel 1870.
Collezionò 43 amanti, 12 dei quali avuti contemporaneamente e sempre all’insaputa l’uno dell’altro.
La regina incontrastata del bel mondo ebbe il solo grave torto di sopravvivere alla sua bellezza: aveva incantato tutti per le toilette da favola e i gioielli. Ma il destino le riservò un autunno lontano dai fasti e dai piaceri della mondanità,

Trascorse la fine della sua vita sola, sull'orlo della povertà, colpita da nevrastenia e da un senso di persecuzione costante.
Per non vedere la sua decadenza fisica si copriva il volto, nascondeva gli specchi e usciva solo di notte, circondandosi di un’aura patetica di mistero. Dei ricordi ormai non sapeva più che farsene.
Ricca, ma in crisi di liquidità, nel 1893 venne sfrattata dal suo ammezzato di Place Vendôme, occupato dal 1876.

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Morì in un piccolo alloggio sopra il ristorante Voisin a Parigi, il 28 novembre 1899.
La polizia e Carlo Sforza per l’ambasciata italiana distrussero tutte le lettere e i documenti compromettenti riguardanti re, politici, papi e banchieri, da Napoleone III a Bismarck, Cavour, Pio IX, Rothschild.
Ci restano solo i suoi diari, le sue foto e i dipinti che la ritraggono.
Avrebbe voluto tornare in Italia per riposare a La Spezia con i suoi gioielli, la camicia da notte verde acqua di Compiègne e i suoi due pechinesi, Sanduga e Kasino, imbalsamati.
Ma i suoi averi andarono a sconosciuti eredi con una fortuna stimata in due milioni di lire d'allora.
Lei riposa invece al Père Lachaise, tra i grandi uomini e donne illustri che hanno lasciato un segno nella storia.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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