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venerdì 29 maggio 2015

Pratiche performative, una premessa

Per la rubrica sull'arte contemporanea irriverentemente chiamata "Lo potevo fare anch'io", oggi vi introdurrò alle pratiche performative, per le quali una premessa è d'obbligo.
Uno degli aspetti artistici di maggior impatto che ha caratterizzato il XX secolo è stato ciò che con termine preciso si definisce pratica performativa. Questa definizione può racchiudere in sé svariati procedimenti la cui base è generalmente il coinvolgimento del corpo dell'autore, dello spettatore o di entrambe le parti: un effetto della distruzione del quadro nello spazio e nel tempo, caratteristica di tutto il Novecento.

Marcel Duchamp, il grande vetro

Si potrebbe far risalire la definizione di pratica performativa al Grande Vetro di Marcel Duchamp e ai suoi ready-made, ma ancor più indietro alle Demoiselles d'Avignon di Pablo Picasso che trasformano chi guarda in un cliente, inglobano virtualmente lo spettatore. Dalla stessa linea portante hanno preso corpo lo sviluppo dell'arte ambientale e quello dell'installazione, nonché quell'attenzione al processo, all'arte vista nel suo farsi più che nel suo risultato finito, che è stata una delle sue costanti soprattutto nel secondo dopoguerra.

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La storiografia ha distinto in modo piuttosto netto le manifestazioni di questo genere: happening, Fluxus, performance art, body art, arte relazione; i confini di tali definizioni sono però sufficientemente sfumati da consentire una rilettura del fenomeno dividendolo in due ceppi principali, a partire de differenze di metodo.

In primo luogo, da una matrice romantica che accentua il ruolo dell'interiorità dell'artista nascono quadri, sculture o azioni fatti d'impulso, una premessa di questo può essere individuata in pratiche surrealiste come lo sgocciolamento di Max Ernst e André Masson, precedentemente diretto dal dripping di Jackson Pollock e di tutta l'action painting.

Questa via si contamina con un'altra, la manipolazione del proprio corpo che vediamo negli autoritratti fotografici di autori come Marcel Duchamp, Claude Cahun, Salvador Dalí. L'esposizione di sé segue intenti diversi, ora tesi a sottolineare il narcisismo dell'autore, ora diretti a ridefinire i confini dell'identità personale e il suo possibile disperdersi; talvolta meno direttamente esistenziali e riguardanti il ruolo dell'individuo nell'epoca della massa.


Dal ceppo delle serate futuriste e dadaiste nasce invece l'assunzione in quanto opera di manifestazioni di gruppo rivolte a stupire i borghesi e a creare un processo in cui il singolo autore stimola la partecipazione collettiva e consente che la propria opera abbia margini indefiniti, su cui è appunto il pubblico a decidere.

Fatta questa premessa bisogna sottolineare che lontane dall'essere mode superficiale, queste manifestazione attestano evoluzioni e perplessità espresse nell'arte visiva grazie a una libertà d'espressione che manca ad altre discipline e che hanno permesso di esplorare comportamenti estremi e solo apparentemente insensati.

La prossima volta comincerò ad illustrarvi a piccoli passi le varie espressioni delle pratiche performative.


Scopri di più ...

Questo post fa parte della rubrica #lopotevofareanchio, in cui se vuoi puoi esplorare l'arte contemporanea!

Fonti: Arte contemporanea, a cura di Francesco Poli, Electa, Milano, 2003

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