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mercoledì 3 giugno 2015

El Greco ritrattista

El Greco, la dama dell'ermellino
Grande personaggio nella storia dell'arte!
Domenikos Theotokopoulos, per gli amici El Greco (Candia (Creta) 1541 - Toledo 1614). Nato nell’isola di Creta, era figlio di un esattore delle tasse. Iniziò la sua arte realizzando icone bizantine, ma nel 1566 si recò a Venezia, dove entrò nella bottega di Tiziano. I suoi primi anni a Creta e la sua formazione veneziana non sono ancora chiari. In base a documenti recentemente pubblicati, l’artista nacque nella capitale della Creta veneziana da famiglia probabilmente cattolica, di piccola borghesia urbana: esattori d’imposte, doganieri (il fratello maggiore Manussos, destituito per malversazione, terminerà la sua vita presso di lui a Toledo).

Seguirono alcuni anni a Roma, dove fu ospitato da Alessandro Farnese e dove già nel 1572 venne accolto nell’Accademia di san Luca. Nell’ambiente umanistico che frequentava la biblioteca di palazzo Farnese egli entrò in rapporto con ecclesiastici spagnoli, in particolare Pedro Chacón, canonico della cattedrale di Toledo. Del soggiorno romano catturò le antiche rovine, che divennero anche in seguito un ideale sfondo delle sue opere.
Nel 1575 partì per la Spagna e lavorò per la corte di Filippo II che però non rimase soddisfatto del suo operato. Chiuse la sua carriera e la sua vita a Toledo, dove si conserva la splendida serie di tele raffiguranti gli Apostoli.

Il periodo italiano di El Greco, a lungo trascurato, ha suscitato da più di mezzo secolo l’attenzione degli storici; e numerosi dipinti, nei quali si nota il connubio tra influssi bizantini e veneziani, sono stati assegnati al suo nome. Nessuna di tali attribuzioni è indiscussa, neppure quelle del polittico ritrovato a Modena e firmato «Domenikos», ove il bizantinismo resta preponderante, e del San Francesco con le stigmate, che accordano ampio posto al paesaggio, di tradizione veneziana, ma trattato in modo nervoso e tormentato. Nelle opere di stile puramente veneziano, come la Guarigione del cieco o il Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio, la concezione dello spazio deriva soprattutto da Tintoretto, e la ricchezza cangiante dei colori dalla tavolozza di Tiziano.

Il suo soggiorno romano ebbe sulla sua opera influsso assai minore rispetto a quello degli anni di studio a Venezia; il ricordo dell’antichità classica, l’arte di Michelangelo e dei manieristi saranno avvertibili (reminiscenze dell’Ercole Farnese e del Laocoonte, composizione piramidale, figure allungate rispetto al canone). Ma, anche in questo caso, El Greco deve più a Tiziano che ad ogni altro maestro.

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Dal 1595 l’artista si allontana sempre più dalla rappresentazione della realtà per trasporre sulla tela la ricchezza estatica del suo mondo interiore. I corpi si allungano e perdono la loro carnale pesantezza, sempre più simili alla fiamma che talvolta illumina il quadro.

Durante gli ultimi anni El Greco continuò a tradurre sulla tela le sue visioni, i suoi sogni e le sue aspirazioni, mentre la sua bottega (nella quale figura il figlio Jorge Manuel) eseguiva numerose repliche dei temi più cari alla devozione spagnola. L’anatomia tormentata, le deformazioni marcate, l’estremo allungamento rispetto al canone, il tocco ampio e i vasti drappeggi, come l’autunnale splendore del colore, vengono portati all’estremo.


Per tutta la sua carriera, l’immaginazione creativa di El Greco unì e rielaborò i vari elementi di cui s’era nutrita: l’eredità cretese, le lezioni del Rinascimento italiano e l’atmosfera di Toledo. Dimenticato fino al XIX secolo, riscoperto dalla «generazione del ’98» in Spagna e rivelato al pubblico francese da Maurice Barrès (Greco ou le Secret de Tolède, 1910), questo straordinario pittore venne considerato artista solitario, stravagante e geniale. La critica contemporanea cerca di determinare le componenti di quest’alchimia pittorica che conferisce all’allungamento delle proporzioni - tratto comune a tutti i manieristi - un valore mistico di aspirazione al trascendente.

Il suo stile, unico e sempre riconoscibile anche ai meno esperti, è il frutto delle molteplici influenze ricevute durante la sua vita: dal cromatismo dei veneti alle composizioni manieriste, il tutto sempre sovrapposto a una profonda religiosità di matrice bizantina. Non ebbe veri continuatori (il migliore dei suoi seguaci, Luis Tristán, aderì presto al tenebrismo caravaggesco). La sua influenza sarà però molto importante per Velázquez.

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Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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