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venerdì 24 luglio 2015

Il mosaico #2 - da Bisanzo a Lucio Fontana

mosaici bizantini
Seconda parte della storia del mosaico!
Anche se non ebbe lo stesso tipo di sviluppo che nel mondo antico, molte testimonianze di mosaici sono documentate nel mondo cristiano sia ad Oriente che ad Occidente; in particolare un tipo di tecnica più propriamente definibile come intarsio marmoreo, venne comunemente usata sia a Bisanzio che nell’Occidente medievale.
Vanno ricordati a questo proposito i cosiddetti mosaici cosmateschi, rivestimenti pavimentali e più raramente parietali composti di piccoli elementi in marmo e pietra dura ritagliati secondo forme geometriche e assemblati secondo composizioni a stella.

In Occidente oltre alle testimonianze di decorazioni pavimentali geometriche, sopravvivenze della tradizione sono documentate nell’Europa tra l’XI e XIII secolo: oltre ai temi classici del periodo paleocristiano e bizantino, è documentata la presenza di temi profani, soggetti enciclopedici riferibili non solo alla geografia e cosmografia, ma anche alla raffigurazione delle Arti liberali e dei Vizi e Virtù, e talvolta con inserimenti di temi storici e leggende.

Durante l’epoca bizantina i colori raggiunsero un altissimo grado di elaborazione delle possibilità tonali, si pensi ad esempio ai toni di blu usati nei mosaici di Santa Sofia a Costantinopoli o all’uso di tessere di colore misto.
Alla produzione bizantina si ricollegano a vario titolo numerosi cicli medievali occidentali: nell’Italia del sud, nella Sicilia normanna riferimenti bizantini si accompagnano a caratteristiche estranee allo stile greco-ortodosso; ma ancora a Roma si formarono scuole di mosaicisti locali sotto l’influsso bizantino. Caratteri bizantini conservano ancora i mosaici del XII e XIV secolo

Botteghe miste in cui sono attive maestranze bizantine ed occidentali caratterizzano le più antiche decorazioni a mosaico di Venezia, centro che dal IX al XII secolo va acquisendo una sua autonoma fisionomia politica esemplata dal progetto decorativo della chiesa di San Marco, durato fino al XIV secolo (4500 metri di mosaico). Qui l’iniziale eterogeneità ed incoerenza stilistica in cui si fondono diversi influssi
delle province orientali giunge ad una compiuta elaborazione locale nel 1200 inserendo richiami al linguaggio gotico occidentale.

mosaici cosmateschi
Proprio tra il XII e XIV secolo sia a Roma che a Firenze si sviluppò una scuola autonoma di mosaicisti che come nel caso del Torriti e Cavallini partendo dagli esempi bizantini uniformò lo stile del mosaico alle nuove tendenze pittoriche fino a che alla fine del XIII secolo il mosaico non si arrese completamente al nuovo gusto del racconto affrescato ed alla spazialità gotica.

La tradizione della decorazione a mosaico si prolunga nel XV secolo ed è legata agli interventi nei cantieri medievali di San Marco a Venezia. Più avanti nel secolo a Firenze il recupero tecnico del mosaico fu motivato non solo dalla necessità di restauro degli antichi edifici fiorentini come il battistero, ma s’inserì nel programma umanistico di recupero delle forme classiche già evidente in Donatello che ebbe, stando al Vasari, una "rinascita" al tempo di Lorenzo de’ Medici "il quale, come persona di spirito e speculatore delle memorie antiche, cercò di rimettere in uso quello che molti anni era stato nascosto; e perché si dilettava delle pitture et delle sculture, non potette ancora non dilettarsi del musaico" (Vasari).

Il revival appoggiato dagli ambienti umanistici, non da ultimo per la pretesa "fiorentinità" della tecnica, ebbe il suo momento di gloria non solo quale decorazione di strutture monumentali, ma anche come riproposizione di "quadri di musaicho". 
Se alla fine del XV secolo l’episodio revivalistico sembra concludersi a Firenze, Roma e Venezia saranno i centri in cui la tecnica sopravviverà, in particolare nei due cantieri del Vaticano e di San Marco.
A Venezia "quella maniera di pittura che è quasi dimessa in tutti gli altri luoghi, si mantien viva dal serenessimo senato di Vinezia; cioè il mosaico, perciocché di questo è stato quasi buona principal cagione Tiziano" (Vasari) e si perpetuerà ancora con i mosaici di San Marco per i quali fornirono i cartoni Tiziano, il Veronese, Tintoretto, L. Volto, S. Ricci radicandosi poi a Roma intorno al cantiere di San Pietro.

A Roma l’utilizzo del mosaico documentato negli antecedenti delle incrostazioni di pasta vitrea negli Appartamenti Borgia con Pinturicchio, e nelle Stanze Vaticane (soffitto della Stanza della Segnatura), andrà perdendo la sua autonomia espressiva a favore di una piatta imitazione della pittura fino a venir considerato una pittura fatta di pietra.

In epoca tardo-manierista, collegato al revival paleocristiano nasce il centro di lavorazione del mosaico: lo Studio Vaticano del mosaico attivo ancora oggi sotto l’impulso del progetto decorativo della basilica Vaticana, il cui primo episodio fu il parato musivo della cappella Gregoriana per il quale fornì i cartoni Girolamo Muziano (1578-1580).

L’attività dello Studio Vaticano nei secolo XVIII e XIX si assunse il compito di copiare in mosaico le tele delle cappelle della basilica soggette alla rovinosa azione dell’umidità e proprio nel Settecento la sperimentazione del laboratorio diede vita a notevoli progressi tecnici che furono applicati alla produzione di mosaico "in piccolo" secondo il gusto laico del neoclassicismo, trovando vasto spazio nel mercato romano quali "oggetti" richiesti dai viaggiatori stranieri.

Anton Gaudì, parco Guel Barcellona
Nel XX secolo il mosaico è tornato in auge quale espressione plastica e decorativa, ritrovando un suo spazio nell’ornamentazione architettonica.
Fin dai primi anni del secolo il pittore austriaco Gustav Klimt scelse questa tecnica per realizzare due grandi pitture murali nel palazzo Stoclet costruito a Bruxelles da Josef Hoffmann.

A Barcellona, Gaudì coprì di frammenti di ceramica costituiti da detriti di vario genere le strutture del parco Güel (1906-14). Gino Severini rispolverò la tecnica del mosaico a partire dai mosaici ravennati creando intorno a sé in Francia una scuola dalla quale si svilupperanno le realizzazioni dei pittori Chagall, Beaudin, Singer, Louttre, Irene Zack, Aurelia Val.

Ancora in Italia negli anni Venti del XX secolo di pari passo con la riscoperta dell’affresco ed il recupero della tradizione, Sironi e Severini, in particolare, ne esaltarono le capacità tecniche: "L’attuale rinascita decorativa, evidente ed in atto, se non proclamata, dimostrerà che le possibilità del mosaico non sono esaurite. E non è affatto necessario che il mosaico ritrovi le patine d’oro, il glorioso mistico splendore dell’arte bizantina. Sarà sufficiente dare la dimostrazione di aver capita la grande lezione" (Sironi).

Lucio Fontana, ritratto, 1938
Proprio in quegli anni la legge del 2 per cento (stanziamento particolare accordato ai lavori decorativi nelle opere d’edilizia pubblica), aprirà possibilità all’impiego monumentale del mosaici che nei risultati il più delle volte deludenti, sarà improntato ad un classicismo paludato, volgarizzazione dell’imperante retorica della romanità; al mosaico si rivolsero anche artisti come Lucio Fontana, che, sulla scorta delle ricerche futuriste combinarono tecnica musiva e scultura.

In Francia il mosaico conobbe un rinnovamento dopo la seconda guerra mondiale con la legge dell’1 per cento (simile negli intenti alla legge fascista degli anni Trenta); vennero così realizzate le grandi pareti di F. Rieti dall’architetto Emile Aillaud, di Ubac (Facoltà di scienze di Orsay), di Bissière (Facoltà di lettere di Bordeaux-Pessac).

Una tecnica antica, diffusa in molti paesi e che richiede progettazione, grande maestria e pazienza nel realizzarla. Una tecnica che sa stupire e affascinare ancora oggi.

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Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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