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sabato 16 gennaio 2016

Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: il grande valore espressivo dell'arte sacra contemporanea


Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana è una mostra organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale. La collaborazione con l'Arcidiocesi di Firenze, con il Polo Museale di Firenze nonché con i Musei Vaticani ha dato vita ad una mostra particolarmente nutrita che focalizza la nostra attenzione su opere a cui solitamente non viene data la giusta importanza.

L'intento della mostra è quello di effettuare un'analisi comparativa dei diversi stili di rappresentazione sacra, pittorica o scultorea, succedutisi tra il 1850 e il 1960; dunque una riflessione sul cambiamento della sensibilità di artisti (e fruitori) durante l'arco di circa un secolo. La suddivisione delle opere è tematica, di modo tale che, di ogni soggetto, si possano ammirare realizzazioni appartenenti a epoche diverse e quindi con espressività e obiettivi differenti. La giustapposizione di opere appartenenti a correnti artistiche distinte permette di coglierne meglio, per contrasto, le particolarità.

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Vorrei soffermarmi brevemente su questo punto, che costituisce uno dei punti forti di questa mostra: spesso è utile osservare le opere d'arte decontestualizzate per poterle focalizzare meglio. Quando siamo all'interno di una chiesa spesso la nostra attenzione risulta "distratta" dall'abbondanza di opere presenti o dall'architettura. Visitando un edificio sacro la prima volta, infatti, ciò che assimiliamo meglio è la "visione d'insieme" piuttosto che le opere prese singolarmente. Al contrario, ad una esposizione come questa, le tele, i pannelli, le tavole vengono mostrate mettendone in risalto il valore intrinseco e autentico. Ecco perché, ad esempio, la potenza della tela che ci accoglie all'ingresso della mostra, ovvero il capolavoro Il martirio dei Maccabei di Ciseri (1860 circa), appare ancora maggiore a quella che ha nella sua normale collocazione in una delle cappelle della Chiesa di Santa Felicita (Firenze). La madre disperata e rassegnata al martirio dei figli, posizionata al centro e illuminata dalla luce interna del dipinto, è figura di grande umanità e, insieme, di patetismo tipico del naturalismo dell'epoca. Di tono simile il successivo Flagellazione di Cristo di William Bouguereau (1880), formidabile per l'intensità della scena cruenta, in cui il corpo sacrificale di Gesù, bianchissimo e morbidamente modulato da un leggero chiaroscuro, contrasta con lo sfondo cupo e la crudezza delle fruste che lo colpiscono.


Queste prime due opere riassumono efficacemente il tenore successivo di tutta la mostra, alla scoperta della poeticità e della bellezza, spesso tragica, insita nei soggetti sacri. Ad esempio, esaminiamo la prima sezione tematica, Rosa mystica, dedicata all'iconografia mariana. Qui troviamo Munch, che riesce bene a catturare il contrasto fra Maria, assurta a simbolo materno di fertilità e vita, e il figlio, destinato invece alla sofferenza e a una morte precoce, accostando la figura di una donna sensuale e quella di un feto scheletrico (litografia Madonna II, 1895-1902). De Carolis, anteriore, preferisce invece sottolineare il candore di Maria in Mater purissima (1879-1883), un volo etereo della Madre col suo bambino, sospesa tra colori delicati e quasi impalpabili. Superate le suggestioni simboliste, arriviamo al 1918 con lo splendido altorilievo in gesso di Adolfo Wildt Maria dà luce ai pargoli cristiani: l'artista, pur recuperando la tradizione tre-quattrocentesca, rinnova l'iconografia di Maria rendendola Madre universale. In grembo non conta infatti più il solo Gesù ma tre bambini, avvolti dal suo velo protettivo e anche da tralci di vite, a ricordare il destino del Figlio dell'Uomo.

Passiamo alla seconda sezione tematica, la più ampia, dedicata alla Vita di Cristo.
In primis, vengono illustrati gli l'episodi dell'Annunciazione e della Natività, specialmente attraverso il divisionismo di Segantini e di Previati (con la splendida Georgica del 1905, proveniente dai Musei Vaticani, che ambienta la Sacra Famiglia nei campi ferraresi) ed il realismo di Corcos (che rappresenta Maria con le fattezze della figlia Maria Luisa). Interessante anche l'originale interpretazione dell'Annunciazione di Glyn Warren Phylpot, pittore londinese che nel 1925 la illustra con l'Arcangelo Gabriele che si rivolge direttamente allo spettatore, offrendogli un fiore.

Per la sezione Parabole sottolineiamo la presenza dell'imponente gruppo bronzeo Figliol prodigo di Arturo Martini (1925), ma soprattutto il Cristo che cammina sulle acque di Leonardo Bistolfi, una terracotta abbozzata con maestria, sorprendentemente espressiva nella solidità ieratica che allude a un moto inesorabile. Per l'interessante sezione Via Crucis, consigliamo di focalizzare l'attenzione sulle tre formelle di Lucio Fontana, facenti parte della serie bianca del 1955-1956 (l'artista realizzò altre due serie con lo stesso soggetto). Questa serie è testimonianza chiave del passaggio dello stile di Lucio Fontana dal figurativismo all'astrattismo, in cui notiamo in particolare la comparsa di fenditure sulla ceramica che anticipano clamorosamente i celeberrimi tagli su tela che lo renderanno popolare.


Le "star" della pittura novecentesca sono state tutte riservate all'ultima parte della Vita di Cristo: è qui che troviamo Max Ernst, con un Crocifisso (1914) di violenza prepotente e quasi disturbante; un Pablo Picasso quindicenne, con uno studio della crocifissione su carta, a dire il vero non molto significativo; Marc Chagall, di cui basta l'unica opera presentata, Crocifissione bianca (1938), a rendere giustizia a tutte le sue opere assenti, grazie alla grandiosità data dalla fusione del dramma sacro con la sofferenza patita dagli ebrei durante le persecuzioni del regime nazista (la rappresentazione del sacrificio di Cristo tra l'altro anticipa in maniera impressionante la Shoah).

Sempre degli anni della guerra fa parte l'audace interpretazione della Crocifissione di Guttuso (1940-1941), in cui spicca la disperazione della Maddalena forte della propria nudità.

A Van Gogh è riservato uno spazio purtroppo ridotto, se non altro per il fatto che egli non era uso a dipingere soggetti sacri: di lui troviamo solamente la reinterpretazione della Pietà di Delacroix, oggi ai Musei Vaticani, dipinta nel 1889 e che risulta interessante soprattutto per l'attribuzione della fisionomia dell'artista al Cristo morto, scelta significativa poco prima del suicidio.

Riassumiamo ora le ultime due sezioni, esemplificando ciascuna con un'opera.

La penultima sezione, dedicata alla Chiesa, contiene l'incredibile San Francesco di Adolfo Wildt (1925). Il busto sottile, in levigatissimo marmo bianco, mette in evidenza i tratti del santo emaciati fino al parossismo, presentando allo spettatore un'immagine di sofferenza inquietante e quasi sovrumana.

L'ultima sezione, per chiudere ben rifacendosi al titolo Bellezza divina, contiene il dipinto di importanza storico artistica più elevata, ovvero L'Angelus di Jean-François Millet (1857-1859): la scena di raccoglimento, rappresentata all'aperto eppure così intima e umile, sintetizza magistralmente l'essenza del sacro nella vita quotidiana di ciascuno di noi, risaltandone il suo valore di momento contemplativo, talmente prezioso che non può essere intaccato dalle mille attività che ci tengono occupati in tutti i restanti momenti del giorno.
Dunque questa mostra, di speciale interesse per coloro che vogliono scoprire opere minori di artisti maggiori ma anche incontrare piccoli capolavori di autori meno celebri, è perfetta sintesi della lunga riflessione sul sacro che ha impegnato l'arte tra l'Otto e il Novecento.
Ottima l'idea di rendere accessibile il catalogo delle opere esposte online, completo dei testi della mostra, nonché la possibilità di scaricare un itinerario di arte sacra che percorre tutta la regione Toscana. Ricordiamo che è presente un servizio di audioguide per bambini per rendere questa mostra, apparentemente poco adatta, fruibile anche da un pubblico di giovanissimi.

Link: http://www.palazzostrozzi.org/

Arianna Capirossi

Mi chiamo Arianna Capirossi, ho studiato Lettere all'Università di Bologna e sono attualmente iscritta al Dottorato di Letteratura italiana del Rinascimento all'Università di Firenze. Da sempre appassionata di arte e letteratura, mi interesso di divulgazione culturale e per questo mi adopero per garantire la promozione del nostro patrimonio artistico soprattutto (ma non solo) online.

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