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venerdì 5 febbraio 2016

Giorgio Morandi, vita e opere

Giorgio Morandi, natura morta
Un altro padre dell'arte contemporanea italiana. E' uno degli artisti più riconoscibili e al tempo stesso più enigmatici del Novecento. Sto parlando di Giorgio Morandi (Bologna 1890-1964).
Cresciuto all'Accademia di belle arti di Bologna, passato silenziosamente attraverso i movimenti italiani che hanno fatto storia, appena impercettibilmente nel futurismo, più vigoroso nella metafisica, e defilato nei Valori Plastici e Novecento.

Si iscrisse nel 1907 all’Accademia di belle arti della sua città, dopo una precoce e coltivata vocazione giovanile di cui non ci sono giunte opere rilevanti.
L’esperienza di scuola gli fruttò, accanto a buone nozioni tecniche, l’apertura e la curiosità agli avvenimenti culturali e alla riflessione sulla tradizione storica dell’arte, che lo accompagneranno per tutta la carriera, attraverso un'informazione capillare su libri, riviste, cataloghi e fotografie di cui fu intelligente lettore, oltre alla visita di musei e mostre.

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Molta importanza ebbero per Morandi le letture di Ardengo Soffici, scrittore, saggista, poeta e pittore. Non solo in tema di impressionismo e arte francese contemporanea, ma anche per la possibilità di far sue le ricerche moderne in senso costruttivo e sintetico.
Leggendo poi La Voce Lacerba oltre che diverse riviste d’oltralpe, si convinse che la natura morta avesse grandi possibilità espressive. Orientò a questo genere il resto della sua attività di pittore, come, più tardi, di incisore, diventando autore di molte nature morte, alcuni paesaggi e rari ritratti e autoritratti.

Giorgio Morandi, autoritratto
Contarono molto, in questo periodo di complessa formazione, oltre gli antichi, il Seicento in particolare, le riflessioni su Cézanne, Derain e Rousseau il Doganiere. Il catalogo ufficiale di Morandi cominciò nel 1911 con un Paesaggio che sottolineò l'attenzione allo spogliare e al venire a pochi elementi, essenziali, della pittura del XIX secolo. Subito le composizioni di Morandi si indirizzarono all’utilizzo di oggetti e ambienti di vita quotidiani, connettendo l’ambiente, ombroso e raccolto, e l’assemblaggio di oggetti come una doppia dimensione su cui organizzare la percezione e la drammatizzazione del racconto pittorico. Il colore, senza verosimiglianze naturalistiche, darà spessore e intensità a questa complessa e sofisticata strategia di racconto.


Scatole, frutta, pani e vetri, oltre a tovaglie e a qualche fiore, fanno da protagonisti, giocando sulla nitidezza e il contrasto delle forme e dei volumi, ma mai cedendo a diventare astratte figure, nelle opere intorno al 1920 e oltre. Notevole è un gruppo di opere che si tendono a definire "metafisiche" per certe similitudini con De Chirico e Carrà in cui si gioca su estremi equilibri di oggetti, scommesse illusorie di ombre e altre soluzioni immortalate con il colore: Morandi sembra dichiararvi i termini della propria poetica.


Con gli anni Venti, e in nome di un certo rimando a Camille Corot, Morandi realizzò notevoli paesaggi in cui la forza delle presenze e la loro durata nello spazio, colli, toni, case sono affidati non al volume o al disegno ma all’intensità del colore e alla sua forza. Contemporaneamente intensificò la produzione di opere incise, attività iniziata ben presto, ma che conobbe un’impennata a cavallo degli anni Trenta. A parte la qualità altissima di questo aspetto del suo lavoro, fra i più significativi dell’intera incisione europea, i fogli mostrarono anche il grande interesse e impegno di Morandi per il segno grafico.

Giorgio Morandi, natura morta con cinque oggetti, 1956
Entrò in gioco ben presto anche l’acquerello, grazie al quale i limiti degli oggetti e quindi la loro scansione sul foglio si collocarono fra diverse emulsioni, o assorbimenti del colore diluito sul foglio.
Pur riducendo all’essenziale gli oggetti, Morandi non trascurò mai il soggetto (volutamente portato a estrema semplicità e spoglia quotidianità, come realtà apparentemente anonima), anzi lo sottolineò fino all’estremo limite della rappresentazione. E la cosa fu ancora evidente a partire dal secondo dopoguerra quando la struttura della composizione, gli spazi intermedi diradati, fecero pensare a esempi dell’astrattismo europeo e a Mondrian in particolare.

Giorgio Morandi, paesaggio di neve
Una letteratura troppo distratta di questa difficile e sottile pittura, ha molto accentuato l'isolamento, la solitudine e la marginalità del pittore. L’essenzialità e il rigore di Morandi e la serietà attentissima del suo mondo sono dati reali, che lo stesso artista non isolò da alcuni confronti con la grande arte europea e con una sapiente attenzione  per l’antico.
Fatto questo che ci porta ad aggiungere un altro elemento importante per un giudizio sull’artista, modernamente ben conscio delle responsabilità poetiche che gli toccarono. Al tempo stesso va ricordato il continuo colloquio di Morandi con importanti rappresentanti della cultura italiana: dai rapporti giovanili con Bacchelli e Raimondi (e Carrà e Soffici), al legame con Longanesi e Maccari, e quindi a Vitali, ai fondamentali scambi con storici del rango di Longhi, Brandi e Arcangeli. Questi ultimi autori di due diverse e importanti monografie del pittore in cui quasi tutti i temi più rilevanti della cultura e della critica contemporanei sono posti al servizio dell’analisi di Morandi.
Segnali che ci confermano l'importanza novecentesca che ebbe il pittore bolognese nella storia dell'arte.

Una sua citazione per salutarci, in cui Morandi parla di realtà e di astrattismo: "per me non vi è nulla di astratto: per altro ritengo che non si via nulla di più surreale, e di più astratto del reale".


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