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venerdì 6 maggio 2016

Apparati, addobbi e ornamenti. Tutto quello che serve per una festa!

Vincenzo Borghini, apparato per le nozze di Francesco de’ Medici e Anna d’Austria
No, non sono impazzito, oggi vi voglio parlare degli "apparati". Perché? vi chiederete voi, di che si tratta? Gli apparati sono molti frequenti nella storia italiana soprattutto a partire dal XVI secolo e stanno a significare, addobbi, ornamenti, paramenti e in generale tutto ciò che serve ad abbellire una festa, uno spettacolo e simili. In anni recenti, le grandi decorazioni effimere che intorno al XVI secolo si diffusero nelle principali città europee hanno suscitato sempre più l’interesse di storici dell’arte e del teatro. Si sono potuti così identificare varie funzioni, una tipologia, un repertorio iconografico, uno sviluppo proprio degli apparati festivi nella storia delle città: dalle primitive semplici decorazioni tardomedievali, alle elaboratissime invenzioni manieristiche e barocche, dalle più ridondanti soluzioni rococò e neoclassiche, alla progressiva e inesorabile involuzione, fra Otto e Novecento, quando la rivoluzione industriale affermò nuovi e più diffusi sistemi di comunicazione stravolgendo l'uso dello spazio e del tempo nelle città.

Gli apparati si manifestarono tramite un linguaggio proprio, una serie di moduli architettonici, figurativi e plastici, realizzati in materiali provvisori, sovrapposti ai monumenti della città reale, animati da una serie di eventi gestuali, sonori, d’ingegneria meccanica o pirotecnica, illustrati da un apparato verbale che dai cartelli scritti, ai discorsi, alle successive relazioni a stampa spiegò e divulgò forme e significati, ben oltre lo spazio e il tempo della festa. Ecco allora che una città irreale e fantastica viene componendosi nel tempo, di apparato in apparato, di festa in festa, sopra la città reale, disegnando topografie ideali e utopie progettuali, di fatto condizionando e segnando lo sviluppo effettivo dello spazio urbano e del suo arredo.

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Il modello originario e più divulgato di celebrazione è la processione, il corteo, che in occasione di eventi religiosi o civili percorre la città descrivendo un circuito simbolico dentro le mura. Certo è da questo prototipo cerimoniale e dai primi addobbi con drappi preziosi e con baldacchino liturgico, che si svilupparono le principali tipologie di apparati. Elementi architettonici posticci sovrapposti agli edifici in pietra illustrarono i principali nodi urbani, apparati fissi o semoventi si schierarono lungo il percorso. Nel modello più antico, gruppi umani in costume animano le strutture con quadri viventi o improvvise apparizioni volanti. furono in particolare gli ingressi in città dei sovrani a stimolare una sempre più elaborata organizzazione di addobbi e un insieme sempre più articolato di apparati. Tutte le arti e i mestieri parteciparono all’impresa, il programma fu spesso di un uomo di lettere, la regia di un grande artista di corte.

Un pageant utilizzato nel Ciclo di Chester

Nel Cinquecento il modello è ormai sviluppato e nel 1565 Vincenzo Borghini, letterato fiorentino esperto di feste, in occasione delle nozze di Francesco de’ Medici e Anna d’Austria analizzò tutte le diverse tipologie creando il modello classico che da quel momento verrà usato in Italia. L’arco trionfale è per Borghini l’apparato preferito, del tutto bandita è la presenza di "persone vive e vestite e abbigliate in abito di virtù etc. che pàr magra invenzione". La fissità di tele dipinte e statue di gesso prevale sulla combinazione di quadri viventi e azioni mimiche che nei paesi del Nord segnalava un più vivace scambio d’interessi fra autonomie cittadine e poteri sovrani (i pageants inglesi per le incoronazioni, i palchi, le fontane, i castelli animati in Francia e Paesi Bassi).

Andrea Mantegna, particolare con arco di trionfo degli affreschi
della cappella Ovetari
Il ricordo dell’antico trionfo romano è presente in Italia già dal XIV secolo (1326, Ingresso di Castruccio Castracane a Lucca); splendidi archi e carri trionfali compaiono in opere letterarie (Boccaccio, Petrarca), figurative (Laurana, Mantegna, Piero della Francesca) e dell’effimero urbano secondo un tipico processo di propagazione culturale e di scambio. Fra Roma e Firenze ai primi del Cinquecento si afferma il modello del corteo principesco, come Possesso della città, Ingresso (famoso quello di Leone X a Firenze nel 1515 con apparati di Andrea del Sarto, Jacopo Sansovino, Piero di Cosimo, Antonio da Sangallo e Pontormo), anche come Mascherata in costume che evoca le vittorie degli antichi imperatori o le Genealogie degli Dei Gentili (ideatore a Firenze ancora il Borghini insieme con Vasari nel 1565).

Anonimo, corteo papale a piazza del Campidoglio
per il possesso di Alessandro VII
Il primo grande monarca dell’epoca moderna, Carlo V sovrano del Sacro Romano Impero, nei numerosissimi viaggi propaga e impone questo modello in ogni nazione.
A Roma l’imperatore giunse nel 1536 e Paolo II gli offrì in omaggio l’antico percorso stesso della Via Triumphalis: apparati sono i monumenti stessi, i ruderi dell’antichità, per l’occasione liberati dalle sovrastrutture medievali (ordinatore degli allestimenti è Antonio da Sangallo). Più di duecentocinquant’anni dopo, ai tempi della repubblica romana, la città offrì un simile omaggio a rivoluzionari capitolini e truppe francesi rinnovando nel Foro Boario e nelle grandi piazze i fasti consolari: gli apparati neoclassici di Bargigli e Camporesi tendono allora ad occultare le architetture cattoliche e barocche. Il modello questa volta si è perfezionato a Parigi, con gli altari della patria e le figurazioni classiche che Louis David ha inventato per le prime feste della rivoluzione.

Dominique Barrière, addobbo in piazza Navona per la Pasqua del 1650
Roma antica e i suoi monumenti s’impongono quindi all’immaginario collettivo in tutta Europa, alimentando i nuovi sogni imperiali dei Valois (nel 1548 l’Entrée di Enrico II a Lione è già classicheggiante), degli Stuart, dei Borboni, degli Asburgo, di Napoleone, della Restaurazione. L’epoca barocca segnò il trionfo dell’effimero urbano. Stupefacenti e ben noti a Roma gli apparati allestiti da artisti come Bernini, Schor, Rainaldi, Fontana. A Parigi, le feste pubbliche del Re Sole hanno per coordinatori Vigarani, Bérain, Le Brun. Anche le occasioni si moltiplicarono: esequie, nascite regali, canonizzazioni e vittorie. Spesso un evento risuonò di città in città, di nazione in nazione, di festa in festa. E ovunque, in ogni stile e per ogni fine ideologico, la macchina festiva inscena un repertorio quasi stabile di figurazioni mitologiche o religiose, di emblemi e personificazioni. Sopra supporti stabili o posticci in grandi spazi aperti, con tecniche di assemblaggio vicine a quelle dell’oreficeria, dell’arte del mobile e del giardino, si accumulano piramidi, obelischi, gradini, colonne, statue, cartelli, fregi, quadri, pitture monocrome, finti marmi, montati a comporre una gigantesca scenografia urbana.

Giovanni Niccolò Servandoni, macchina per i fuochi d'artificio
È una "città regia" quella che nei disegni, nei quadri, nelle incisioni rimasteci appare, una visione illusionistica molto vicina a quella che nel chiuso dei teatri presenta la scena tragica, nella versione mutevole e fantastica propria del melodramma. Anche l’apparato urbano sempre più si drammatizza
con l’apporto della musica e del fuoco: nel Settecento il gioco pirotecnico trionfa e la macchina architettonica splendente è destinata spesso ad animarsi bruciando, unendo le due scene (la festa e il teatro) come in un gioco di scatole cinesi. Esemplari le macchine di Servandoni per Luigi XV e gli apparati annuali a Roma per le feste della Chinea disegnati da artisti come Valvassori, Specchi, Le Lorrain, e Posi.

Ippolito Caffi, la girandola a Castel Sant'Angelo
Fra neoclassicismo, eclettismo e accademismo si consuma l’arte dell’addobbo, dell’apparato scenografico, delle architetture pirotecniche nell’Ottocento. A Roma operano Valadier, P. Camporesi il Giovane, Poletti, Vespignani, Erzoch e Moretti. Scenari operistici s’innalzano per le "Girandole"
al Pincio, a Castel Sant’Angelo (di volta in volta restituito alla sua forma antica o camuffato da tempio cristiano, cinese, ecc.), al Gianicolo. Poi, anche in Italia la tradizione si estinse. Ma ancora nel nostro secolo un ultimo programma imperialistico ricorre al mito di Roma antica, si richiama alla tradizione degli apparati civili con la pretesa di reinventare un’arte perduta. Nel 1942 l’VIII Triennale delle arti decorative dedicò una sezione alle Architetture delle cerimonie per una "rievocazione documentaria e spettacolare del modo di apparare italiano" (curata da Rava, Ulrich e Vaj). Vi si predicò il nuovo stile razionalistico e, dichiarato obsoleto il repertorio visivo della festa, si progettarono puri ritmi di forme e di colori in grado di vibrare all’unisono con il cuore oceanico delle folle. Ma gli autori stessi riconobbero che l’architettura delle cerimonie trovò in epoca moderna un rifugio estremo nell’allestimento di padiglioni espositivi, di apparati per mostre, di scenari pubblicitari. Se in anni recentissimi poi, una pratica dell’effimero ha percorso le nostre città, nuovi supporti cinematografici ed elettronici hanno definitivamente sostituito l’antico decoro degli apparati. Ma ancora a Roma, nel 1979, il gigantesco schermo per il Napoléon di Gance s’innalza fra il Colosseo e l’arco trionfale di Costantino, in un evento culturale entrato nella storia della città.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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