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mercoledì 4 maggio 2016

Guillaume Apollinaire

Un ritratto fotografico di Guillaume Apollinaire
Riprendo oggi la rubrica #uominiedonneillustri parlandovi di un uomo che con i suoi scritti sostenne molti artisti a lui contemporanei e che seppe rivoluzionare la poesia del XX secolo. Andiamo a vedere di chi si tratta.
Wilhelm Apollinaris de Kostrowitsky, meglio conosciuto come Guillaume Apollinaire, nacque a Roma nel 1880. Il padre era un ufficiale italiano e la madre una nobile polacca. Inizialmente portò il nome della madre con la quale viaggiò per tutta l'infanzia, dopo aver abbandonato l'Italia, per poi stabilirsi a Parigi. Non fece studi regolari, ma fin da giovane amò la letteratura e la poesia, accumulando conoscenze e imparando benissimo alcune lingue, come un esemplare cittadino del mondo. Iniziò a lavorare come precettore in ricche famiglie, sfruttando il suo bagaglio culturale e a ventidue anni cominciò a scrivere novelle e poesie.


Fervido ammiratore di Seurat e di Cézanne, Apollinaire si dedicò, nei numerosi articoli che scrisse a partire dal 1902, ad analizzare l’arte contemporanea in tutte le sue forme, a definire il linguaggio dei fauves, a difendere, malgrado i rischi e gli insuccessi, quello dei cubisti. Nel 1908, in occasione di una mostra di pittura moderna a Le Havre, scrisse la prefazione del catalogo: tale studio, nel quale enunciò le "tre virtù plastiche" dell’arte pittorica, verrà ripreso come introduzione al suo Pittori cubisti.

Guillaume Apollinaire, da Calligrammes, 1915
Da allora l’attività di Apollinaire come critico d’arte aumentò. Affascinato dall’opera di Picasso, cui sin dal 1905 dedicò un’analisi poetica del suo periodo azzurro, lodò la prima mostra di Braque, presso Kahnweiler, nel novembre 1908. Diresse lui stesso le Soirées de Paris e, attraverso l’amico André Salomon, ottenne nel 1910 la rubrica di "vita artistica" sull’Intransigeant, che perdette nel
1914 a causa di uno screzio con Delaunay. Dopo il successo della conferenza pronunciata nel 1912 alla Section d’or, nel corso della quale battezzò e celebrò l’"orfismo" di Delaunay, l’editore E. Figuière gli affidò la direzione di una nuova collezione, Tutte le arti, dove il poeta fece apparire nel
1913 Peintres cubistes, méditations esthétiques. Nello stesso anno scrisse per Mannetti un provocatorio manifesto-sintesi: l’Antitradition futuriste. Del 1913 è il fondamentale Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912, che rappresenta uno dei testi di poesia più importanti del secolo scorso. Quest'opera rinnovò profondamente la letteratura francese ed è oggi considerata, insieme a Calligrammes il capolavoro del poeta.


Presentando nel 1917 Parade di Cocteau, pronunciò per primo la parola surréalisme, ripresa nello stesso anno per Le mammelle di Tiresia. Scrisse prefazioni al catalogo di una mostra del suo amico Derain, poi a un libro sull’arte negra, di Paul Guillaume, per il quale s’incaricò per breve tempo della redazione di una nuova rivista, Les Arts à Paris, e collaborò a 391, la rivista dada di Picabia. Questa abbondante attività, che la guerra e la ferita del 1916 appena rallentarono, riflette con maggiori sfumature e humor di quanto si creda, un giudizio spesso eclettico e illustra la fede che Apollinaire nutriva nell’arte, nella sua modernità e nella sua permanenza. Come scrisse ad André Breton: "Sono del parere che l’arte non muti affatto, e che quanto fa credere che muti sono gli sforzi che gli uomini compiono per mantenerla all’altezza cui non potrebbe non stare".
Alla fine del 1918 si ammalò di influenza spagnola; venne trovato in stato d'incoscienza, e probabilmente già morto, il 9 novembre dello stesso anno.

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Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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