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mercoledì 8 giugno 2016

Pietro Aretino, modello dell'intellettuale rinascimentale

Tiziano, ritratto di Pietro Aretino
Personaggio multiforme, avventuriero la cui parola era temuta e stimata dai sovrani di tutta Europa, esponente tipico dell’Italia del Cinquecento, Pietro Aretino, benché non diede mai forma organizzata alle sue idee sull’arte, svolse un ruolo di primo piano nell’orientamento del gusto e nella formulazione delle teorie del suo tempo. Tra il 1537 e il 1557 scrisse le celebri Lettere, vere e proprie pagine di giornalismo che anticiparono i tempi. Nacque ad Arezzo nel 1492, figlio di un calzolaio di nome Luca Del Buta e di una cortigiana, Margherita dei Bonci detta Tita, modella scolpita e dipinta da parecchi artisti.  Da giovane visse a Perugia, studiò pittura e frequentò la locale università dove fu educato secondo i principi artistici della Toscana e di Roma. Trasferitosi nel 1517 a Roma, diventò amico di Raffaello e Giulio Romano.

Pietro Aretino esercitò poi la sua attività di conoscitore e consigliere di pittori e mecenati a Venezia, dove si stabilì nel 1527, diventando il portavoce del manierismo, che si andava affermando nell’Italia centrale. Contrario a ogni giudizio basato su una concezione tradizionalista, gerarchica o teorica, tanto nel campo artistico quanto in quello letterario, occupò rapidamente una posizione d’avanguardia nella comprensione degli eventi pittorici della città, che i veneziani stessi, ancora molto attaccati agli ideali della fine del Quattrocento, sembravano ignorare. Gli si deve così la scoperta del genio di Tiziano, di cui si fece manager abile ed entusiasta, imponendolo non soltanto a Venezia, ma anche nelle corti straniere.

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Si è parlato molto dell'aspetto intuitivo della sua intelligenza; e fu in effetti la sua capacità di gustare l’opera d’arte in modo immediato e quasi sensuale a permettergli di apprezzare, più di qualsiasi altro teorico contemporaneo, le qualità più intime della pittura tonale; e nello stesso tempo di comprendere la potenza plastica di Michelangelo e il linguaggio sintetico di Tintoretto; di emozionarsi davanti alla tenera religiosità di Lotto, e di prevedere il successo di Savoldo. Si sente, sullo sfondo delle sue descrizioni, di affascinante freschezza e spontaneità, la presenza d’una cultura vasta e bene assimilata, che ne corregge costantemente le tendenze empiriche.


Così, la rappresentazione della natura, che il critico pose come criterio di valutazione dell’opera d’arte, derivò nello stesso tempo da un sentimento personalissimo riguardante l’individualità dell’artista e dalle dottrine neoplatoniche. Così pure il suo gusto istintivo del colore non gli fece dimenticare le grandi capacità che il disegno esige. Si può vedere quindi nell’opera di Pietro Aretino il punto d’incontro tra la civiltà fiorentina e quella veneziana, che egli non contrappose mai, con una modernità che soltanto la critica più aperta, ai giorni nostri, può riconoscergli. Letterato tanto amato quanto discusso, se non odiato, morì a Venezia il 21 ottobre del 1556. Dopo la sua morte le sue idee furono raccolte e in parte deformate da Lodovico Dolce nel Dialogo sulla pittura, o l’Aretino, dove in forma teorica, il conflitto disegno-colore tra Firenze e Venezia che Aretino aveva osteggiato in vita, prese il sopravvento.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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