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martedì 22 novembre 2016

Francisco Goya

Francisco Goya, autoritratto
Francisco Goya era figlio di un maestro doratore, José Goya, e di Gracia Lucientes. Si ignora quasi tutto della sua giovinezza e della sua formazione, ma si pensa che seguisse l’accademia di disegno di Saragozza e che suo maestro fosse José Luzán, mediocre pittore. Nel 1763 partì per Madrid, dove perse il concorso per l’Academia de San Fernando, ripresentandosi senza successo nel 1766. Effettuò il tradizionale viaggio a Roma, dove partecipò nel 1771 al concorso organizzato dall’Accademia di Parma. Tornato a Saragozza, nell’ottobre del 1771, Goya ricevette il suo primo incarico di affresco: la decorazione della volta della chiesa della Madonna del Pilar a Saragozza.

Nel 1773 il pittore ritentò la fortuna a Madrid, dove si stabilì, sposando Josefa Bayeu, che aveva tre fratelli pittori, in particolare Francisco, di molti anni più vecchio di lui, e di cui fu allievo. La donna resterà incinta ben venti volte ma solo uno dei figli di Josefa e Francisco arriverà all’età adulta. Grazie all’aiuto dell’amico e maestro nonché cognato, Francisco Bayeu, Goya nel 1774 fece il suo ingresso alla corte di Spagna, lavorando ai disegni per gli arazzi nei laboratori reali di tappezzeria. Nel 1780 l’artista venne accolto all’Accademia di San Fernando, ma ripartì per Saragozza, dove gli venne chiesto di dipingere l’interno di una cupola nella cattedrale della Madonna del Pilar. L’anno successivo, di nuovo a Madrid, entrò in rapporto con potenti personaggi che diverranno i suoi protettori: il Conte de Floridablanca, l’Infante don Luis, l’architetto Ventura Rodriguez e i duchi d’Osuna.

Alcune incisioni dalla serie dei Capricci
Nominato pittore del re nel luglio del 1786, Goya divenne artista alla moda della società di Madrid, conquistando una certa prosperità economica. L’ottimismo di questo periodo si ritrova anche nella sua arte che brilla per allegria e spensieratezza, rappresentando episodi di vita mondana con colori fluidi e decisi, ma allo stesso tempo si avverte per la prima volta la presenza dell’elemento fantastico.
Nel 1789 Goya venne nominato pintor de Cámara del nuovo re Carlo IV: di lui e della regina Maria Luisa fece un gran numero di ritratti ufficiali, oggi conservati perlopiù al Prado e al palazzo reale di Madrid.  Maestro incontestato del ritratto spagnolo, l’artista si distinse allora per la ricchezza della tavolozza, in cui dominavano varie tonalità di grigi e verdi. La vita di Goya sembrò proseguire nello lusso e nella ricchezza della vita di corte, ma un fatto inaspettato arrivò a segnare profondamente il pittore.

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Alla fine del 1792 l’artista si ammalò gravemente per molti mesi, malattia che produsse nella sua opera mutamenti profondi e lo rese sordo, trasformando per sempre il suo modo di vivere. Alla morte del cognato Francisco Bayeu, Goya venne nominato direttore dell’accademia di pittura, carica che la cattiva salute lo costrinse ad abbandonare due anni dopo. A questo periodo risale la serie più nota delle sue incisioni, i Capricci, comprendenti ottanta lastre incise ad acquaforte, i cui soggetti sono impreziositi da fondi e ombre ad acquatinta. La raccolta riguarda l’umanità in generale, le sue follie e la sua stupidità, e costituisce una satira sorprendente delle debolezze della condizione umana.


Nell’ottobre 1799 Goya venne nominato primo pittore del re e in questi anni, fino al 1808, anno della guerra d’indipendenza spagnola contro l’invasione francese, l’artista raggiunse l’apice nella produzione di splendidi ritratti tra cui la Maya desnuda e la Maya vestida, in cui risaltano bellezza e sensualità. Non si sa con certezza chi fu la modella per questi due dipinti, ma c’è chi sostiene che il corpo della donna ritratta appartenesse alla bellissima Cayetana, duchessa d’Alba, di cui forse il pittore s'era invaghito. Probabilmente però la realtà è molto meno poetica e la modella immortalata pare fosse una certa Pepa Tudó, amante di Godoy, il politico che ordinò l’opera.

Sopra: Maya desnuda
Sotto: Maya vestida
Nel 1806 un fatto di cronaca offrì a Goya l’occasione di mostrare il proprio interesse per il realismo popolare: la cattura del bandito Maragato da parte del monaco Zaldivia. In sei piccoli pannelli l’evento, che allora riempì le cronache, viene rappresentato con forza, secondo una successione di scene facili da leggere, quasi un annuncio del moderno fumetto. Un altro evento, questa volta politico, segnò la vita e l’arte del pittore: la guerra tra spagnoli e francesi. La rivolta contro l’occupazione francese, conseguenza della dissoluzione del vecchio regime e della rovina economica e politica della Spagna infatti non lasciò indifferente Goya. Tutto porta a pensare che fosse tra gli spagnoli che si auguravano riforme profonde per il proprio paese, auspicando l’intervento dei francesi. Ma la brutalità dei soldati napoleonici e la crudeltà della guerra eliminarono ogni simpatia per i nuovi rappresentanti politici.


Preso tra due posizioni che, per motivi diversi, detestava, l’artista trascorse gli anni torbidi della guerra in situazione ambigua: a volte sembrò agire come sostenitore dei francesi, altre volte come patriota spagnolo in rivolta. Il suo interesse tornò in questi anni a rivolgersi verso l’incisione. Nel 1810 lavorò alla serie degli Orrori della guerra, violenta accusa contro il comportamento delle truppe francesi, e dopo il 1814 eseguì due grandi quadri, il Due maggio 1808 e il Tre di maggio 1808. In particolare, il dipinto ispirato dai tragici eventi del tre maggio, avremo modo di scoprirlo nel dettaglio in seguito. La sua tavolozza mutò allora di tono, dando sempre maggior posto ai bruni e ai neri e a forti contrasti luministici.

Tre di maggio 1808
Dopo la vittoria degli spagnoli sui francesi e la conseguente Restaurazione, nel marzo 1814 il re Ferdinando VII rientrò in Spagna. Goya poté giustificare il proprio atteggiamento quanto basta per restare pintor de Cámara e per entrare nell’accademia. Nel 1816 Goya mise in vendita le trentatré straordinarie incisioni della Tauromachia. La serie nacque come illustrazione di un testo storico sulle corride, ma ben presto l’artista mutò intenzione e anziché seguirne le fasi storiche, incise i propri ricordi delle corride, cui aveva assistito nella Plaza. Sempre attento sperimentatore delle tecniche di stampa, a settantatré anni apprese la tecnica litografica: questo metodo è un procedimento di riproduzione in piano di immagini, su pietra, basato sull'incompatibilità tra l’acqua e una sostanza grassa. La pietra viene pulita e, tracciandovi segni grassi e poi inumidendola, si vede che l’acqua non aderisce a tali tracce. Passandovi un rullo inchiostrato, si produce l’effetto opposto: l’inchiostro, che è grasso, aderisce ai segni grassi e non alle parti inumidite della pietra. Infine, un foglio pressato contro la pietra riceve l’inchiostro posato sui segni, riproducendo il disegno.

Un incisione della serie Tauromachia
Ammalatosi di nuovo gravemente, durante la convalescenza, come aveva fatto altre volte, incise ad acquaforte, arricchendo questa tecnica di stampa con complessi procedimenti, la straordinaria serie dei Disparates, o Proverbi, in cui la sua immaginazione riuscì a esprimere le visioni più misteriose, e la fantasia si liberò completamente. Se la loro eccezionale bellezza non cessa di impressionarci, ci sfugge il senso preciso della maggior parte dei fogli, la cui realizzazione è legata alla decorazione della casa dell’artista. Goya infatti aveva acquistato nel 1819 una casa di campagna in riva al Manzanarre, nei dintorni di Madrid, la famosa Quinta, e ne decorò due camere, il salone e la sala da pranzo. Si tratta dei quattordici "dipinti neri".

Una delle immagini dei Disparates
Queste straordinarie e inquietanti opere rappresentano un mondo tenebroso, dove l’orrore è espresso in tutte le sue forme, segnato dal mito di Saturno, simbolo di morte e di distruzione. La sua compagna, Leocadia Weiss, rappresentata all’ingresso vestita di nero, poggia i gomiti su una specie di tumulo dominato dalla balaustra di una tomba, evocando senza dubbio la morte che l’artista aveva di nuovo ingannato. Le scene più sorprendenti, di non facile interpretazione sono il Duello con il bastone, il Cane sepolto di cui emerge soltanto la testa da un paesaggio desertico, Due giovani donne che si burlano di un uomo. Tutto è restituito con coraggio e con una totale libertà di esecuzione, caratterizzata dall’impiego costante della spatola, che stende il colore a macchia, restituendo quest’universo sconvolto da cui si scatenano immoralità, terrore e ansia.

Alcune delle più emblematiche "pitture nere"
Nel 1823 si verificò un importante cambiamento nella politica spagnola: Ferdinando VII che aveva accettato la costituzione del 1820, ristabilì il potere reale, consolidato dalla spedizione del duca d’Angoulême. I liberali vennero cacciati e Goya si rifugiò presso un amico, il sacerdote don José de Duasso, con l’obiettivo di lasciare al più presto la Spagna. Probabilmente a consigliarlo in questa decisione fu la cugina della moglie, con cui viveva e il cui figlio, liberale convinto, cadde sotto i colpi della repressione. Goya chiese un congedo dall’accademia, che gli venne confermato il 2 maggio 1824, per recarsi alle acque di Plombières, in Francia, ma sembra che non raggiunse mai la destinazione a Bordeaux, dove trascorse poco tempo e in seguito a Parigi, in cui rimase per due mesi. Esiliato volontario, chiese dapprima che gli venisse prolungato il permesso di soggiorno francese, poi di ritirarsi con tutta la sua liquidazione e d’essere autorizzato a vivere in Francia, cosa che il re gli concesse. Trasferitosi definitivamente nella città di Bordeaux nel corso del 1824, in compagnia della sua governante e amante, Leocadia Weiss e di sua figlia. Vi rimarrà fino alla morte, sopraggiunta nel 1828.

Il sabbath delle streghe
Goya oggi è presente con le sue creazioni nei più grandi musei di tutto il mondo, ma la maggior parte della sua opera è conservata a Madrid, in collezioni private e pubbliche, in particolare al Prado. Forse la parte più straordinaria della produzione di questo artista, restano i disegni, sempre accompagnati da legende di mano di Goya stesso che ci restituiscono un’idea esatta della varietà del suo genio e ne riflettono la vita intima. Ma soprattutto affascinano le numerose osservazioni che l’artista fece sulla vita del popolo spagnolo, le sue gioie, gli aspetti ridicoli, le distrazioni, le sfortune nei periodi di crisi che hanno segnato di pari passo il percorso dell’artista.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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