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martedì 14 marzo 2017

Canaletto e la conquista della luce


Antonio Canal, poi conosciuto come Canaletto, nacque a Venezia nel 1697 in una famiglia legata a filo doppio con l’arte. Era infatti figlio di Bernardo, pittore di scenografie teatrali, che fece iniziare la carriera di Antonio come scenografo. Ma il carattere di Canaletto lo spinse abbastanza presto ad allontanarsi gradualmente da un genere esclusivamente decorativo. L’artista infatti cominciò a interessarsi alla pittura di cosiddetti "capricci" e cioè paesaggi di fantasia caratterizzati dalla presenza di rovine classiche con colonne, capitelli e statue. A questo tipo di genere artistico si erano già dedicati altri pittori a Venezia come Carlevarijs e Marco Ricci.

Tuttavia, l’abbandono della carriera di scenografo non fu immediata e infatti quando nel 1719 e nel 1720 si recò a Roma, dipinse scenografie per le opere del celebre compositore Domenico Scarlatti messe in scena al teatro Capranica per il carnevale del 1720. Gli impegni di lavoro non gli impedirono comunque di maturare la decisione di dedicarsi esclusivamente all’attività pittorica. A Roma infatti avvenne proprio la svolta per Canaletto che molto probabilmente entrò in contatto con Van Wittel e altri olandesi, pittori di vedute e cosiddetti →bamboccianti, chiamati così dal soprannome "bamboccio" dato a Pieter van Laer, principale esponente di questo gruppo d’artisti.

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Tutti questi pittori erano osservatori attenti della realtà e Canaletto assorbì da loro una precisa coscienza prospettica e il gusto della macchietta e della vita popolare. Il pittore veneto però aggiunse un’ampiezza di sguardo, una totalità di visione e un controllo assoluto dello spazio, tanto da poter dire che fu il padre della contemporanea scienza ottica. Nel 1720 l’artista da Roma fece ritorno a Venezia dove entrò a far parte della Corporazione dei pittori della Fraglia e poté così unire all’esperienza della veduta romana la conoscenza delle opere di artisti come Marco Ricci e Luca Carlevarijs.

Canaletto, Rio dei Mendicanti, 1723-24
Le prime vedute del pittore risalgono proprio a questi anni e ci mostrano una grande sensibilità per la luce e l’ombra che fanno vibrare le superfici dei palazzi, dei campanili e delle chiese veneziane. Canaletto mostra fin da subito un interesse per gli effetti di chiaroscuro e per la prospettiva tagliata in modo che la luce vada a cadere sulle superfici screpolate degli intonaci o sulle crepe rosa dei mattoni, creando una serie di effetti suggestivi e pittoreschi. Nel 1726 l’artista realizzò alcune composizioni allegoriche per un impresario teatrale, tale Owen Mc Swiny, il primo dei committenti inglesi, che saranno così numerosi e importanti nella vita di Canaletto.

Canaletto, Piazza San Marco, 1723-24
Dobbiamo a questo punto sfatare un mito: molto spesso quando ci si avvicina alle opere di questo artista siamo tenuti a pensare che siano tutte uguali, ripetitive e quindi monotone e noiose. Ma questo pensiero è vero solo a uno sguardo distratto, poco attento ai dettagli. Perché sia i soggetti che lo stile di Canaletto sono in continuo mutare: la luce nei suoi dipinti cambia, a volte schiarisce, altre volte si incupisce, in certi casi è calda, in altri è fredda, mentre le prospettive sempre diverse si aprono verso nuovi orizzonti.

Canaletto, Campo santa Rita Formosa, 1735
Dalla fine del terzo decennio del Settecento le vedute ideali e gli effetti chiaroscurali cedono il passo a un repertorio di vedute reali, veneziane o lagunari, e a una luce distesa e chiara, che ci avvia verso la più importante ed esclusiva conquista di Canaletto: la luce attenta ai fenomeni atmosferici, la più adatta alla resa precisa di una realtà per niente idealizzata, anticipando lo stesso interesse che poi stuzzicherà anche i pittori impressionisti. Canaletto dopotutto è figlio di un’epoca "illuminista", interessata alla scienza, allo studio e di conseguenza adottò delle forme di rappresentazione scientifiche della realtà.

Canaletto, Il Molo verso la Riva degli Schiavoni, 1738
E infatti l’artista fece un largo uso della camera ottica, proprio per questa volontà puntigliosa di cogliere la verità dallo spazio e di ritrarla il più razionalmente e obiettivamente possibile: i campi, i campielli, i canali, i moli, tutta la città viene frugata e scavata dalla luce tersa, che scorre rapida sugli oggetti in primo piano, che s’infila a scoprire dettagli lontani, che fissa in punti di colore l’umanità formicolante di Venezia. La camera ottica è un dispositivo composto da una scatola con un foro sul fronte che lascia entrare la luce e un piano di proiezione dell'immagine sul retro. In questo modo per un pittore era possibile proiettare l’immagine da rappresentare su una superficie come un foglio di carta o la tela di un quadro e ricalcare così i contorni delle cose. Canaletto fece un uso metodico della camera ottica che gli permise di confrontare alla realtà i suoi schemi prospettici. Arte e tecnica diverranno un corpo solo per raggiungere lo scopo dell’artista: la rappresentazione lucida e assoluta di ciò che l’occhio vede.

Canaletto, Il Canal Grande presso la Chiesa della Salute, 1738-42
Da questa rigorosa esigenza di verità rappresentativa nasce la poetica di Canaletto: l’artista dipinge la storia di Venezia, città allegra e solare, ricca e signora, ancora inconsapevole del suo prossimo definitivo disfacimento. Con la camera ottica il pittore ruota l’obiettivo per cogliere in sequenza i vari segmenti della veduta reale ottenendo un effetto che oggi può essere paragonato al grandangolo fotografico. Nel frattempo la pennellata di Canaletto cambia, diventa sciolta e strisciante dando alle scene un clima terso tipico delle giornate in cui l’aria viene pulita dalla pioggia. Poco dopo il 1730 il pittore dipinse una serie di ventiquattro vedute veneziane per il duca di Bedford: anche in queste vedute la città è osservata serenamente, mai trasformata, sempre resa con un’attenzione particolare ai monumenti e al colore dell’atmosfera. Una lettera del 1730 ci conferma che a questa data Canaletto ebbe rapporti con l’inglese John Smith, che divenne suo mecenate, mercante e intermediario con i clienti inglesi.

Canaletto, L'arsenale: ingresso dall'acqua, 1730-33
L’album delle incisioni che Canaletto realizzò è dedicato proprio a Smith, quale console di Sua Maestà Britannica presso la Repubblica di San Marco, carica raggiunta nel 1744. L’album raccoglie trentuno splendide acqueforti, disegni realizzati a stampa, che furono eseguite nel giro di qualche anno. Queste stampe sono in parte prese dal vero e illustrano la laguna e i paesaggi dell’entroterra, in parte ideate. È straordinario come l’artista anche senza colore, ma solo modificando il segno, riesca ad ottenere effetti atmosferici sempre diversi dell’atmosfera. Questo è il massimo periodo di attività, grafica e pittorica, per l’artista.

Canaletto, Londra: Northumberland House, 1752
L’Inghilterra fu l’altro dei poli, dopo Roma, verso il quale Canaletto fece diversi viaggi. Sui motivi che spinsero l’artista a lasciare Venezia molto dove aver influito la guerra di successione austriaca che bloccò molto il turismo straniero verso l’Italia e provocò una stasi del mercato artistico veneziano. Alla fine di maggio del 1746, il cronista inglese George Vertue annota nel suo diario l’arrivo in Ingliterra del "famoso pittore di vedute Cannalletti di Venezia molto stimato da Noblemen & Gentlemen". Non c’è da stupirsi che le sue vedute piacessero tanto agli inglesi, e non solo ai turisti che giungevano in Italia per il cosiddetto "grand tour", ma anche a quelli che in patria amavano la razionale semplicità delle opere del pittore italiano.

Canaletto, Abbazia di Westminster con un corteo di cavalieri, 1749
Nei due soggiorni londinesi fra il 1746 e il 1756, voluti sicuramente da Smith e interrotti solo da due brevi ritorni veneziani nel ’50 e nel ’53, la luminosità limpida e fredda del cielo inglese unita a un distacco contemplativo generarono opere di una realtà poetica. L’artista a contatto con una dimensione nuova e diversa come quella londinese poté crescere sia mentalmente che qualitativamente. Le vedute del Tamigi sono frequenti e qui il taglio prospettico si dilata seguendo l’ampio andamento del fiume che sembra diventare quasi laguna o mare. Ma il pittore rimase incantato anche dalla campagna inglese, molle e silenziosa, contraddistinta da verdi pascoli, boschetti e tenute agricole.

Canaletto, Piazza san Marco guardando a est dall'angolo nord-ovest, 1760
Rientrato ormai sessantenne, nel 1755, a Venezia, Canaletto trovò un ambiente cambiato, sia nel mercato che nel gusto. Verso il 1760 l’artista diminuì le dimensioni degli edifici e delle figure, ingrandendo invece smisuratamente lo spazio: in queste opere diventa protagonista il cielo segnato da leggere nuvole e collegato tramite la linea dell’orizzonte all’altra protagonista, la laguna con le sue acque e le imbarcazioni disposte su vari piani. La produzione di questi ultimi anni rivela una drammatica inquietudine: nelle opere del pittore per eccellenza della luce solare, si allungano le ombre che con segni vorticosi sembrano evocare misteriosi fantasmi. L’isolamento dal mondo artistico veneziano, il declino del mercato artistico e la crisi profonda della cultura segnarono la produzione di Canaletto. In seguito alla morte di tre membri, l’Accademia di pittura e scultura di Venezia pensò all’elezione di nuovi soci e fra i candidati si presentò anche Canaletto la cui elezione però venne respinta per essere approvata solo in un secondo momento. Gli ultimi cinque anni della vita dell’artista che si spense a Venezia il 19 aprile 1768, sono segnati da un’intensa attività: Canaletto alternò la vita accademica alla produzione di disegni e dipinti, eseguiti sempre andando sui luoghi e ritraendo le cose dal vero. L’artista, principe delle vedute, aveva aperto la strada che portò, passando dai paesaggisti inglesi del Settecento, da Constable e da →Turner, all’Ottocento con Corot, la →scuola di Barbizon e l’impressionismo. Una strada tutta fatta di luce e di osservazione attenta della natura e della realtà.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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