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lunedì 22 maggio 2017

Autoritratto sulla Bugatti verde, Tamara de Lempicka

Particolare dell'opera
Poche opere come l’Autoritratto sulla Bugatti verde del 1929 ben rappresentano Tamara de Lempicka e l’epoca in cui visse il suo successo, nel pieno della liberazione femminile dal potere totalitario maschile. Celebrata dagli uomini già nel 1907, da Filippo Tommaso Marinetti nel 1908 e dalla successiva estetica futurista, solo nei primi anni venti l’automobile si confermò come l’oggetto necessario per una donna che si volesse sentire moderna. Juliette Bruno-Ruby scrisse che l’auto è "il simbolo della liberazione della donna, che ha fatto, per rompere le sue catene, molto più di tutte le campagne femministe e le bombe delle suffragette. Dal giorno in cui ha preso in mano il volante, Eva è diventata uguale ad Adamo".

L’opera Autoritratto sulla Bugatti verde è un dipinto a olio su tela, che con i suoi 35 per 27 centimetri rappresenta uno dei ritratti più piccoli di Tamara che nel tempo si guadagnò titoli come "Venere moderna", "pittrice delle donne" e altro ancora. In questo e molti altri dipinti l’artista utilizzò una seducente illuminazione, simile a quella che vediamo in Caravaggio, e un equilibrio perfetto di delicatezza e forza, come se il soggetto fosse dipinto con l’occhio di uno scultore. La pittrice si raffigurò in caschetto e guanti di daino alla guida di una Bugatti che in realtà non possedette mai, rivendicando con spavalda sicurezza un ruolo che fino ad allora era stato solo maschile.

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Dietro a questo autoritratto c’è anche una storia legata al mondo dei giornali e della moda. La direttrice di Die Dame, una rivista tedesca di moda, incontrò Tamara a Monte Carlo nel 1929, mentre la donna era in vacanza dopo il divorzio dal primo marito. La direttrice, avendo visto la Lempicka alla guida della sua macchina, le commissionò un autoritratto per la copertina di un numero della rivista. Tamara colse al volo l’occasione e nacque così questa personificazione di una donna moderna, indipendente, vagamente annoiata, con lo sguardo fermo e altero. Nel dipinto l’artista cambiò le carte in tavola per rappresentarsi al meglio: sostituì la sua Renault gialla con una Bugatti verde, perché era un tipo di macchina molto più prestigiosa all’epoca.

Tamara de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti verde,
1929
Inoltre, nonostante sia un autoritratto, Tamara non si rappresentò in maniera fedele alla realtà, ma costruì un inno alla Venere moderna che avrebbe poi ispirato l’immaginario di generazioni di donne emancipate. Facendo questo autoritratto per la copertina di una rivista ampiamente distribuita, la nuova idea di bellezza pensata da Tamara diventò il riferimento per una moderna generazione di donne. A prima vista, lo sguardo glaciale di Tamara cattura immediatamente la nostra attenzione in
questo autoritratto. La figura si impone per la sua prepotenza visiva, tutto il corpo è lanciato in avanti con l’automobile, mentre la velocità e l’elettricità scorrono davanti a noi. Le proporzioni vengono stravolte, la gamma cromatica è limitata a due o tre colori, le ombre sono decise tanto che separano quasi a metà il viso. La donna si prende un momento per guardarci con i suoi occhi grandi, dalle sopracciglia sottili e perfettamente delineate. Le labbra sono carnose e rosso fuoco e tutto di questo volto ci trasmette emancipazione.


Da un punto di vista tecnico l’autoritratto è il frutto degli insegnamenti nei suoi viaggi in Italia: lo scorcio dal basso all’alto è caratteristico di Veronese, la torsione del corpo è traccia distintiva del Pontormo e l’allungamento anatomico del →Parmigianino. La decisione del segno, e l’utilizzo dei colori brillanti, solidi, caldi derivano dalla lezione del pittore simbolista →Maurice Denis che fu uno dei maestri dell’artista. La Lempicka assimilò anche un’altra lezione fondamentale da Denis: un’opera pittorica deve concentrarsi sulle decorazioni e gli ornamenti più che sulla restituzione naturalistica dell’oggetto ritratto. Grazie a questo insegnamento, l’artista diventò la ritrattista più inseguita dalla ricca borghesia e dall’aristocrazia europea che da lei si fece ritrarre in atteggiamenti sensuali ed estremamente plastici.


Nei ritratti della Lempicka la donna fatale, che inebria con una nuvola di profumo e scompiglia la vita all’uomo, prende forma così come nelle pellicole cinematografiche. Le automobili diventano oggetto dell’estetica avanguardista, dei futuristi di Marinetti in particolare, ed è proprio alla guida dell’automobile che le donne dimostrano la loro emancipazione. In tempi recenti però donne e motori sono finiti per diventare l’ennesimo cliché maschilista, in cui l’automobile finì per rappresentare l’allegoria della donna che va guidata e a cui basta solo un po’ di benzina per andare avanti. In questo ritratto Tamara non riflette soltanto come vede se stessa, ma come la società vede la donna moderna. Lei si dipinge come un oggetto di consumo, in un modo elegante, apparendo bella, truccata con cura: il suo corpo nella Bugatti verde è come un manichino.


Quindi una serie di domande ci vengono spontanee osservando questo dipinto: Tamara qui è padrona o serva? È autista o accessorio dell’automobile? È potente perché si ritrae bella o è vittima perché dipinge immagini che rispecchiano il desiderio della società dell’epoca? È costretta a realizzare queste opere perché altrimenti, essendo donna, il pubblico e la critica non l’avrebbe considerata? Una cosa è certa, troppo spesso questa artista viene ricordata per i vestiti che portava o per le sue stravaganze piuttosto che per le sue opere.

Continua l'esplorazione

→ Tamara de Lempicka

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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