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sabato 13 maggio 2017

Flagellazione di Cristo, Piero della Francesca

Piero della Francesca, flagellazione di Cristo
Il mistero di questo piccolo dipinto su tavola di 58 centimetri di altezza per 81 di lunghezza, realizzato a tempera, è profondo e irrisolto. L’opera, una delle più rappresentative di Piero della
Francesca e del Rinascimento italiano in generale, fu scoperta nel 1839 nella sagrestia del Duomo di Urbino. A compiere il ritrovamento fu Johann David Passavant, pittore tedesco della corrente dei nazareni. L’artista si ritrovò a Urbino nel corso di un viaggio fatto per seguire le orme di Raffaello, vide la tavola e registrò scrupolosamente una sua descrizione sul taccuino di viaggio.

Non si sa nulla della commissione o della destinazione originale della tavola che non è citata negli inventari del Palazzo Ducale di Urbino e non fece mai parte dell’eredità dei Della Rovere che succedettero ai Montefeltro. L’unica traccia è nell’inventario settecentesco del Duomo di Urbino, in cui la Flagellazione è registrata. Rischiò pure d’essere acquistata da Sir Charles Eastlake, che nel 1857 venne mandato in Italia per conto della Regina Vittoria a caccia di dipinti per i musei inglesi istituiti in quegli anni. Ma per nostra fortuna l’emissario di Sua Maestà lo considerò deludente, ponendolo all’attenzione del suo consigliere italiano Cavalcaselle, scrittore, storico e critico d’arte.

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Egli ne ordinò il primo restauro e dal 1916 l’opera venne definitivamente spostata a Palazzo Ducale dove ancora oggi possiamo ammirarla. Tuttavia, al di là dalla scomparsa di dati storici certi, alcuni particolari salienti di quest’opera straordinaria lasciano trapelare la profondità intellettuale del messaggio che si nasconde nell’immagine, rilevando la sottile sapienza del sistema iconografico ideato da Piero della Francesca per rappresentare in termini visivi il suo significato misterioso. Che cosa abbiamo di fronte a noi? La flagellazione, che dà il titolo all’opera, è relegata sul fondo, mentre in primo piano abbiamo tre uomini, rappresentati in grande dimensione. Chi sono questi tre personaggi? Sono forse dei ritratti?


Un fatto è certo: all’epoca del dipinto, quando all’interno di un’opera a soggetto sacro comparivano delle persone reali, queste erano i committenti; partecipavano all’episodio o se ne stavano in disparte a pregare. I nostri tre uomini, invece, non pregano e non guardano la scena della flagellazione. Lo spazio compositivo del dipinto è diviso in due e prospetticamente costruito: a sinistra, in un ambiente interno, si svolge la scena della flagellazione che però ci appare sospesa; non è ancora avvenuta, tutti i personaggi sono fermi, immobili. Il Cristo è legato a una colonna con in cima un idolo dorato ed è circondato da tre figure, di cui una di spalle con un turbante che sembra un turco, quindi un infedele per l’epoca, e una che ha sollevato il flagello, preparandosi a colpire.


L’uomo seduto sul trono simboleggia Pilato, ma la berretta e i calzari rossi lo rendono più simile a un imperatore bizantino. A destra invece, la scena si apre in un esterno in cui le tre figure di uomini, vestiti alla maniera moderna dell’epoca, sembrano bloccati in una discussione. La figura centrale però alza lo sguardo, quasi distratto e a differenza degli altri due è scalzo. Pare che in origine, accanto al
dipinto, ci fosse la scritta Convenerunt in unum (si accordarono o si allearono), che si sarebbe trovata forse su una cornice poi scomparsa. Il dipinto è firmato, cosa rara per Piero della Francesca e lo è in maniera solenne, sotto al personaggio seduto che assiste alla flagellazione: "opera di Piero di Borgo San Sepolcro" puntualizza la firma.


Perché tutto questo amore, questa cura e questa attenzione, nel dipingere qualcosa che non doveva rappresentare in quel modo, secondo i canoni di allora? Un enigma che ha tormentato gli storici fino ai giorni nostri, portando alle interpretazioni più svariate. Ne vediamo due in particolare: una più tradizionale, ma ormai molto discussa, e una seconda più innovativa e che negli ultimi anni ha acquisito sempre maggiore credibilità. L’interpretazione tradizionale, vuole il quadro commissionato a Piero da Federico da Montefeltro per commemorare il fratellastro Oddantonio, rimasto ucciso nel corso di una congiura ordita nel 1444. Alcuni studiosi hanno datato l’opera poco dopo di questa data, ma l’ipotesi contrasta con lo stile più maturo dell’artista che nella Flagellazione realizza un fondo scenografico, certamente posteriore al tempo dell’incontro tra il pittore e Leon Battista Alberti.


Secondo l’altra teoria, più innovativa, l’argomento del dipinto rimanda simbolicamente alle sofferenze della Chiesa, culminate nella caduta di Costantinopoli per mano dei turchi avvenuta nel 1453. L’Oriente all’epoca era il centro della cultura e della politica e gli intellettuali bizantini l’esportavano in tutti il mondo, anche in Europa. Per cui la caduta di Costantinopoli agli occhi del mondo d’allora fu un grande choc. Nel decennio che seguì, quindi, si sentì il bisogno di una trattativa, una spedizione per salvare la città. Forse Piero della Francesca con quest’opera ha creato un manifesto politico in cui ha rappresentato le parti in causa: la parte sinistra, con la flagellazione sarebbe l’Oriente, mentre la parte destra con i tre personaggi, l’Occidente.


L’opera potrebbe alludere alla decisione presa nel corso del Concilio di Mantova del 1459, che programmò una nuova Crociata, della quale, appunto, starebbero discutendo i personaggi in primo piano a destra: il primo a sinistra sarebbe il Cardinale Bessarione, influente amico di papa Pio II, stratega di questa concertazione a Mantova; il primo a destra invece rappresenterebbe Niccolò III d’Este, padrone di casa del concilio che cominciò a Ferrara; in mezzo ai due, un giovane dai piedi scalzi come Cristo alla colonna, in una posizione analoga, vestito di porpora, potrebbe riferirsi all’erede del potente impero bizantino, caduto in disgrazia con la presa di Costantinopoli.


Ecco che la scena diventa una flagellazione simbolica della cristianità che si vede rappresentata in Gesù alla colonna e a cui il sultano turco, il personaggio di spalle con il turbante, sta per assistere. I soggetti presi in causa da questa ipotesi, avrebbero voluta la creazione di un’unica religione monoteistica, nata dalla fusione di cristianesimo e islamismo e Piero della Francesca ci restituisce l’immagine visionaria di un mondo in cui in effetti si può stare sotto l’ombrello della religione, ma questa religione non è né il cristianesimo, né l’islam, né qualsiasi altra, ma è la religione in sé che ci permette di pensare a una vita religiosa che non sia fatta di contrasti e attriti mortali, ma di concordia, tutto nel nome dell’arte.

C’è una considerazione che questo capolavoro fa scaturire: ma vale la pena nell’arte porsi tutti questi quesiti? È in fondo importante stabilire chi sono le tre persone nella Flagellazione? Quando ci mettiamo di fronte a quest’opera così enigmatica, ci facciamo delle domande; il mistero è sempre piaciuto all’uomo. C’è nella mente dell’essere umano questa calamita che è l’arte e il quadro di Piero della Francesca è un attrattore straordinario, perché è bello, quindi vale la pena indagare.
Perché l’arte stessa, a volte, è indagine e ricerca costante.

Continua l'esplorazione

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Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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