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lunedì 1 maggio 2017

Le 10 dee più belle della storia dell’arte


Ecco le più belle e potenti donne mai immortalate nella storia dell’arte: dall’Atena di Klimt, alla Fortuna di Van Dyck, fino alle misteriose statuette dell’era glaciale.

  • Gustav Klimt – Pallade Atena (1898)

La dea greca della saggezza ci guarda con austerità dal capolavoro di Klimt che ritrae una fin de siecle visionaria, dove si mischiano mitologia antica e moderna psicologia. Nella Vienna del suo tempo, non solo artisti e scrittori, ma anche uomini di scienza come Sigmund Freud erano affascinati dal potere dell’inconscio e dal magnetismo della sessualità che si stava riscoprendo in quegli anni. Atena, quindi, non impersona tanto la divinità della ragione quanto l’archetipo primitivo dell’autorità e forza femminili.


  • Sandro Botticelli – Pallade e il Centauro (1482ca.)

In questo quadro, straordinariamente reale, agli esseri soprannaturali viene attribuita una presenza solida, come se venissero osservati ad uno stadio naturale: un esempio è la giuntura estremamente convincente tra la metà umana e quella ippica del centauro. Come ha fatto Botticelli a far funzionare così bene tale illusione ottica? La dea della saggezza afferra l’incarnazione maschile dell’irrazionalità per i capelli arruffati: riesce così a domare il selvaggio, incostante e iper-mascolino centauro, simboleggiando la forza femminile che salva il mondo dalle pazzie dell’uomo.


  • Bengala – Kali cammina sopra Shiva (XIXsec)

In quest’intensa opera proveniente dal Bengala del XIX secolo, l’irata Kali calpesta il dio Shiva. Kali è una dea rabbiosa e pericolosa, nata dalla fronte della dea Durga, e porta una ghirlanda composta dalle teste dei demoni che ha mangiato. Si aggira sulla Terra con rabbia e solo Shiva riesce a fermarla, lasciandosi calpestare da lei.


  • Antica Babilonia– La Regina della Notte (probabilmente una raffigurazione di Ishtar) (1800-1750ca. A.C.)

Questo bassorilievo in argilla emana potere e magia insieme. La figura alata che leva le mani al cielo e rivela con orgoglio la propria nudità è caratterizzata da una maestosità sessuale che ricorda Ishtar, la dea mesopotamica del sesso e della guerra – una combinazione certamente pericolosa – sebbene il pantheon mesopotamico includa divinità femminili e demoni altrettanto potenti. Da questa incisione sembra probabile che le donne dominassero l’immaginazione già dei primi contadini, che coltivavano il grano e facevano la fila per la loro razione di birra.


  • Europa, Era glaciale– Venere di Willendorf (28.000-25.000ca. A.C.)

Cosa sono quelle statuine femminili, formose e bizzarre, sopravvissute nelle caverne dove l’homo sapiens si rifugiò dopo l’ultima era glaciale? La Venere di Willendorf è una delle più famose sculture di questo tipo, che rappresenta una delle prime sostanziali creazioni artistiche dell’uomo. Una possibile interpretazione è che essa raffiguri una dea della fertilità: gli scultori, infatti, ne avevano messo in evidenza gli aspetti riproduttivi e materni. Tuttavia, si potrebbe anche presupporre che gli artisti stessi fossero donne, le quali creavano questi totem nell’ottica di una religione matriarcale.


  • Scuola di Fontainebleau – Diana la Cacciatrice (1550-60ca.)

Questo ritratto di Diana, la dea vergine della caccia, è anche allegoria di Diane de Poitiers, amante del re e personaggio molto influente nella Francia del XVI secolo. Quando divenne amante di Enrico II, Diane aveva 34 anni mentre lui soltanto 16, e lo tenne sotto la sua influenza per il resto della vita del regnante. Gli artisti della corte francese a Fontainebleau contribuirono alla creazione del culto della donna quale Diana, saggia e innocente, ma pericolosa per chiunque volesse intralciarne il cammino.


  • Pierre Mignard – La Marchesa di Seignelay e i suoi Due Figli (1691)

In questo allegro ed allegorico ritratto, la Marchesa di Seignelay - una delle vedove più ricche della Francia secentesca - posa come la dea acquatica Teti. Nell’Iliade di Omero, il figlio di Teti è Achille, e infatti uno dei figli della Marchesa è vestito proprio come il giovane eroe. I coralli e le conchiglie che decorano il dipinto simboleggiano i poteri sovrannaturali che la Marchesa di Seignelay reclama in questo ritratto vanesio e classicheggiante.


  • Titian – Diana e Atteone (1556-9)

Nelle Metamorfosi di Ovidio, il giovane Atteone stava cacciando nel bosco quando si imbatte per caso in un boschetto in cui Diana stava facendo il bagno. La dea lo punisce per averla vista nuda trasformandolo in un cervo, che verrà poi fatto a brandelli dagli stessi cani da caccia di cui in origine era il padrone. Tiziano dipinge il momento del fatale scambio di sguardi tra i due e in quest’attimo di rivelazione tutto assume una bellezza estrema: non solo il corpo delle donne che posano per la dea e le sue ninfe, ma la stessa acqua che danza nelle curve delle fontana, il cielo che fa capolino, gli alberi, tutto estasia lo sguardo. Ma la dea farà pagare a caro prezzo questo momento di straordinaria bellezza.


  • Rembrandt – Bellona (1633)

Bellona era una dea romana legata alla guerra, ma Rembrandt la dipinge in modo umano, forse fin troppo. Nella sua scintillante armatura appare grezza e poco marziale, mal equipaggiata nel suo abito di metallo, tuttavia pronta a difendere la sua patria. Come nel dipinto “La guardia notturna”, in cui viene radunata l’armata dei Padri Olandesi, anche in questo dipinto - dove il sovrannaturale diventa umano - la dea della guerra indica che, per quanto gli olandesi siano un popolo umile e poco aristocratico, difenderanno sempre il loro mondo e la loro moralità con testardo eroismo.


  • Anthony van Dyck – Rachel de Ruvigny, Contessa di Southampton, come la Fortuna (1638ca.)

La dea Fortuna è sopravvissuta all’epoca classica per approdare al Medioevo poiché simboleggia pienamente l’instabilità del commercio e della salute. Rachel de Ruvigny si tramuta in questa fortunata divinità nel dipinto di Van Dyck, che rende fin troppo palese la buona sorte della donna, avvolta da un brillio cosmico di argento e zaffiri: ricca, raffinata e, grazie a questa benedizione artistica, una delle personalità più influenti del suo tempo.

Fonti: traduzione di Beatrice Righetti da www.theguardian.com

Mi chiamo Beatrice Righetti, sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale all’Università di Padova e sono un’appassionata traduttrice. Studio inglese, russo, tedesco e spagnolo, e nel tempo libero mi dedico all’arte e alla letteratura. Per questo, credo fortemente nella divulgazione artistica e culturale, specialmente se integrata nel nostro vasto e poliedrico panorama internazionale.

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